
Capitalismo in crisi è il titolo di una serie di articoli che stanno apparendo sul quotidiano britannico Financial Times dall’inizio di questa settimana. L’argomento è di grande attualità alla luce della crisi economico e finanziaria degli ultimi anni. Secondo i curatori di questa serie di contributi, due sono i problemi centrali che inducono a parlare di una crisi: la crescita delle ineguaglianze sociali e l’instabilità economica. Gli autori mettono in rilievo che ovunque (e soprattutto nei Paesi anglosassoni) nell’ultimo ventennio vi sono stati i vincenti, ossia coloro che hanno visto i loro redditi crescere e la loro fetta di torta allargarsi, e i perdenti, che hanno visto i loro redditi reali stagnare o addirittura diminuire. Ma quello che è più importante è che oggi pochi nono convinti di poter migliorare il proprio tenore di vita e soprattutto che possa migliorare il tenore di vita dei loro figli. Insomma, siamo entrati in un’era di grande incertezza e non solo di di aspettative decrescenti che ha notevoli conseguenze politiche e sociali. La seconda ragione, ossia la carenza di stabilità, è sotto gli occhi di tutti. Nessuno può affermare che presto si uscirà dall’attuale crisi. Anzi, anche i più ottimisti ritengono che l’uscita dal tunnel richiederà ancora tempo. Fin qui il Financial Times, ora alcune considerazioni su queste tesi.Innanzitutto il capitalismo non è un sistema unico ed ha la straordinaria capacità di reinventarsi. Di capitalismi vi sono diverse versioni che vanno dall’attuale forma, dominata dal capitale finanziario, all’economia sociale di mercato che è prevalsa nei decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale, al capitalismo darwiniano cinese che è però diretto dalla mano visibile dello Stato alle socialdemocrazie nordiche. Quella che stiamo vivendo è la crisi del capitalismo dominato dal capitale finanziario che si è imposto chiaramente a partire dagli Anni Novanta. Gli interessi della finanza globale sono stati coniugati con la dottrina economica liberista e sono diventati il paradigma delle politiche economiche degli ultimi anni. Questa versione del capitalismo è in crisi, ma continua a determinare le scelte dei Governi e delle banche centrali. Anche a livello di pensiero vi è una specie di inerzia, per cui i principi’ di questa era sono ancora in voga. La “sopravvivenza” delle politiche e del pensiero, che ha contraddistinto l’ultimo ventennio, è anche dovuto al fatto che non si notano ancora segnali di cambiamento. In altri termini, dall’economia, dallo stesso modo della finanza e dalla politica non giungono segnali che possano far pensare all’inizio di un processo di reinvenzione del capitalismo. Questi segnali non giungono nemmeno dal mondo delle idee. In pratica, non solo non si vede la luce al termine del tunnel di questa crisi, ma non ci sono nemmeno lampade che propongano la strada per uscire dal tunnel e che soprattutto indichino alternative all’attuale dominio del capitalismo finanziario. Ciò è molto preoccupante, poiché la mancanza di proposte crea un pericoloso vuoto politico che legittima soluzioni che rischiano di non rivelarsi adeguate ai bisogni. Dal profilo politico è evidente che stanno rafforzandosi, da un canto, i movimenti populistici di destra e, dall’altro, movimenti come gli “Indignati” oppure “Occupy Wall Street” che si rifanno, seppure indirettamente, al pensiero socialista. Dal punto di vista economico il confronto è tra keynesiani, che propugnano un maggiore intervento dello Stato per superare la crisi, e liberisti, che si rifanno soprattutto alla Scuola austriaca, i quali sostengono che l’attuale crisi è stata paradossalmente originata non dal troppo mercato ma da una carenza di forze di mercato.Se si cerca di analizzare la situazione dal punto di vista politico, quello che emerge è che vi è una crescente insofferenza sia da parte dei movimenti populistici sia da parte degli Indignati nei confronti dell’attuale sistema e dell’attuale classe politica e una richiesta di cambiamenti radicali sia de
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