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È già svanito l'ottimismo
Redazione
14 anni fa
I timori di un fallimento disordinato della Grecia affondano i mercati. 206 miliardi di euro dello Stato greco in mano dei privati

E’ durato poco il clima di ottimismo creato dal secondo piano di salvataggio della Grecia,  dalle iniezioni di liquidità effettuate dalla Banca centrale europea e dalla firma del Patto fiscale. La paura di un fallimento disordinato della Grecia ha depresso i mercati finanziari. In forse è il piano di ristrutturazione dei 206 miliardi di euro di titoli greci detenuti dai privati. Questo piano per funzionare senza far ricorso alla clausola di un’azione collettiva deve ottenere l’adesione della stragrande maggioranza dei detentori di questi titoli, ossia più del 75% dell’ammontare complessivo. Se al piano aderisce più del 66% dei 206 miliardi, Atene può fare ricorso alla clausola dell’azione collettiva per forzare i rimanenti detentori ad aderire alla ristrutturazione. In tal caso, però non si potrebbe parlare di una ristrutturazione volontaria e, quindi, non si eviterebbe la dichiarazione di fallimento che farebbe scattare i Credit Default Swap (ossia quelle forme di assicurazione contro l’insolvenza di un debitore). La dichiarazione di fallimento provocherebbe certamente grandi scossoni sui mercati finanziari, poiché si stima che sarebbero “assicurati” più di 72 miliardi di euro di titoli greci. Se l’adesione a questo piano di ristrutturazione del debito greco detenuto dai privati fosse inferiore al 66% anche la clausola di azione collettiva non sarebbe valida e quindi salterebbe completamente anche il secondo piano di salvataggio europeo e la Grecia sarebbe all’origine di una grave crisi di Eurolandia. E’ difficile prevedere cosa succederà, ma è certo che si moltiplicano i segnali che indicano che importanti investitori non vogliono aderire a questo piano di ristrutturazione. Tra questi spiccano alcuni fondi pensione greci che sono stati costretti dalla banca centrale greca ad acquistare 30 miliardi di euro di titoli pubblici del loro Paese e che con questa ristrutturazione vedrebbero questi capitali ridotti del 70%. Anche le banche greche protestano, poiché detengono 18 miliardi di euro di titoli che erano stati garantiti dallo Stato greco e ora invece dovrebbero sopportare ingenti perdite.Insomma, ancora una volta i grandi piani europei tesi a salvare l’euro naufragano dopo essersi scontrati contro la realtà dei numeri. Tutto sembra come prima. E’ svanito l’ottimismo creato dai mille miliardi di euro prestati dalla BCE alle banche europee per tre anni al tasso dell’1%, che hanno permesso una forte riduzione del costo del denaro per gli Stati europei meno virtuosi (i rendimenti dei titoli decennali italiani sono ora inferiori al 5%) e hanno spinto al rialzo le borse e soprattutto i titoli degli istituti di credito. Ma, come era prevedibile, questi massicci interventi della Bce non hanno mutato il quadro di fondo della crisi dell’economia europea. Hanno permesso solo di guadagnare tempo e, come ha sottolineato il cancelliere tedesco Angela Merkel, l’Europa “non è ancora fuori dal tunnel e la situazione resta allarmante”.Il problema di fondo nasce dalla contraddizioni irrisolvibile di una linea di austerità, sacralizzata con la firma del Patto fiscale, e una recessione economica che sta colpendo sempre più duramente i Paesi europei deboli. Infatti molti Paesi europei sono già piombati in una recessione che rischia di diventare più profonda di molte previsioni a causa delle politiche di austerità imposte per risanare i conti pubblici. Le centinaia di miliardi elargite dalla Banca centrale europea sono stati utilizzati dalle banche per approvvigionarsi di liquidità ad un costo nettamente inferiore a quello che avrebbero dovuto pagare se si fossero dovute rifinanziare sul mercato. Insomma, la BCE è di fatto diventata un prestatore di prima istanza per il sistema bancario europeo. Con questi miliardi le banche hanno costruito un serbatoio di liquidità (si è quindi allontanato lo spettro di un grave incidente di percorso) e hanno acquistato titoli di Stato del loro Paese. Questi massicci acquisti effettuati soprattutto dagli istituti italiani e spagnoli hanno provocato il calo de

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