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Dov'è finita la ripresa di Eurolandia?
Redazione
12 anni fa
Primi segnali di una crisi bancaria in Europa e primi prelievi forzosi per evitarne la bancarotta

Dove è finita la ripresa di Eurolandia? Il numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, sostiene che la ripresa c’è, anche se è molto debole e anche se presenta molti rischi al ribasso. La realtà è però un’altra: la ripresa europea si è persa con gli ultimi dati della produzione industriale, diminuita in maggio dell’1,1% nel complesso della zona euro. Il forte calo è distribuito su tutti i Paesi di Eurolandia. Infatti la produzione industriale è scesa dell’1,8% in Germania, dell’1,7% in Francia, dell’1,2% in Italia, dello 0,7% in Spagna e dell’1,9% in Olanda. Anche alcuni indici che forniscono un quadro delle prospettive economiche sono in calo, come lo ZEW tedesco. Insomma, come era facilmente prevedibile, la ripresa ha perso forza e si è smarrita per strada. Particolarmente importante è che anche la Germania è in difficoltà. Ora si cominciano a rivedere al ribasso le previsioni di crescita e soprattutto quelle stime su cui si basavano i conti pubblici. Ad esempio, in Italia il Governo aveva previsto per quest’anno una crescita dello 0,8% che ha intenzione di ridurre allo 0,5% e che ben presto dovrà ulteriormente correggere al ribasso. Queste correzioni non sono quindi solo un gioco degli economisti, ma ad esempio nel caso dell’Italia implicheranno nei prossimi mesi una manovra correttiva dei conti pubblici. Ma non solo, diverrà pressoché impossibile per Matteo Renzi mantenere la promessa di estendere lo sgravio fiscale di 80 euro mensili ai pensionati e agli indigenti. Insomma la stagnazione economica si trasformerà ben presto in nuove “stangate” e quindi in una crisi politica.

Ma c’è di più. Cominciano ad emergere qua e là le grandi difficoltà del sistema bancario europeo e le conseguenze della decisione europea di salvare le banche con il metodo del “bail in”, ossia con il prelievo forzoso che prima toccherà gli azionisti, poi i detentori di obbligazioni bancarie e infine i depositi bancari sopra i 100'000 euro sul modello di quanto è stato già fatto a Cipro. Il campanello d’allarme è stato suonato in Portogallo. Il Banco Espirito Santo ha concesso una consistente linea di credito alla società lussemburghese del proprio azionista di maggioranza, che è la famiglia che ha fondato l’istituto di credito e da cui deriva il suo nome. Le difficoltà di questo azionista, che non potrà restituire i crediti ottenuti, ha già provocato un crollo del titolo in borsa. Ora tutto lascia presumere che presto si seguirà nuovamente il modello usato a Cipro. Infatti la somma di bilancio della banca portoghese è di 93 miliardi di euro e il suo capitale ammonta a 5 miliardi di euro. Quindi una perdita consistente su questi prestiti azzererebbe il capitale della banca e costringerebbe ad un salvataggio dell’istituto attraverso l’azzeramento del capitale azionario e la cancellazione delle obbligazioni emesse dal Banco Espirito Santo. Questo caso porterebbe alla luce quanto deciso nell’ambito del progetto di Unione Bancaria europea. Infatti la conseguenza immediata sarà un aumento dei costi di rifinanziamento dell’intero sistema bancario europeo, poiché i risparmiatori chiederanno un premio per il rischio accresciuto di comprare un’obbligazione emessa da una banca europea.

Un caso simile è passato quasi inosservato. Il Governo austriaco ha deciso un prelievo forzoso di 900 milioni di euro per salvare la Hypo Alpe Adria. Azzerate sarebbero anche le obbligazioni garantite dallo stato regionale della Carinzia. Quindi, non sono nemmeno sicure le obbligazioni garantite dallo Stato. La questione è stata impugnata da alcuni obbligazionisti e quindi l’intera faccenda sarà sottoposta al giudizio dei tribunali. Insomma, i fondi pensione (quindi, i lavoratori) sono destinasti ad essere le principali vittime della crisi bancaria prossima ventura. Infatti questi sono solo i primi segnali di avvertimento. E’ prossima il momento della verità per un sistema bancario e mercati finanziari che hanno perso ogni collegamento con la realtà dell’economia reale.

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