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Musica
De Sfroos, un nuovo album "per ringraziare i fan dell'energia che ci trasmettono"
©Chiara Zocchetti
©Chiara Zocchetti
Redazione
4 anni fa
30 anni di carriera raccolti in un album. Un omaggio per ringraziare il proprio pubblico che parte proprio dalle richieste fatte dai fan durante i concerti. È questo il nuovo disco di Davide Van de Sfroos. Ticinonews lo ha intervistato.

Trent'anni di carriera raccolto in un album. Venti brani che vogliono ripercorrere la crescita di una band e ringraziare il proprio pubblico per tutto quello che trasmette durante i concerti. È questo il regalo che Davide Van De Sfroos ha voluto fare per Natale. Ne abbiamo parlato proprio con il cantautore italiano.

Come mai questa scelta?

“È stata una decisione abbastanza ovvia, una di quelle decisioni che arrivano da sole. In un anno come questo, dove siamo riusciti a fare praticamente tutte le stagioni sul palco, è stato fantastico poter presentare un nuovo disco, far ballare le persone durante i concerti, tornare nei teatri e rispolverare quei brani che dal vivo non suonavamo da tempo. Per ringraziare il pubblico dell’energia che ci ha trasmesso, questo regalo è il minimo”.

Come hai scelto queste canzoni?

“Sono state le canzoni ad attaccarsi magneticamente al disco. Abbiamo attraversato molti Paesi, suonato in teatri, piazze e ascoltato le richieste dei fan: in Valtellina, ad esempio, ci hanno chiesto di suonare “New Orleans” perché il problema causato dall’acqua era sovrapponibile. In altre luoghi volevano sentire “40 passi”, poi “Il Costruttore di motoscafi”, “Il libro del Mago”. Ogni luogo ha avuto le sue richieste, e anche se è impossibile accontentare tutti quelle nel disco sono 20 canzoni tratte da questo periodo”.

Nei concerti hai un bellissimo rapporto con il pubblico e come dicevi è mancato durante la pandemia. Come è stato recuperare questa dimensione dal vivo? Hai ritrovato lo stesso affetto? Forse anche di più.

“Spesso ho raccontato questo aspetto, ed è un qualcosa che non può essere trascurato perché è molto interessante dal punto di vista sociologico. Dopo la pandemia, quando abbiamo ripreso a suonare dal vivo, abbiamo trovato un pubblico ancora mascherato, ma molto caldo. Le mascherine non fermavano la loro voglia di cantare e la loro voce arrivava a noi. Poi, durante l’estate, quando tutti erano liberi, ho notato un rapporto più potente, ma anche molto più rispettoso. Siamo grati di questa libertà, una sensazione che abbiamo sognato per tanto tempo e ci si diverte senza esagerare. Questo cambiamento, però, non l’ho visto nella vita quotidiana. Pensavo di trovare persone più disponibili e meno arrabbiate, ma non è sempre stato così”.

A proposito del legame con il pubblico, la Svizzera è un po' la tua seconda casa?

“Non è una novità, l'abbiamo detto fino allo sfinimento. Tante cose sono iniziate proprio dal Canton Ticino, da Piazza Riforma, a Lugano. Erano le prime uscire con i ‘De Sfroos’. Con il passare degli anni il legame è sempre stato onesto e diretto, forse perché la Svizzera si è accorta prima di altri paesi del legame con il dialetto che cantiamo”.