
Nuove nubi si stanno addensando sull’Europa e in particolare sulla penisola iberica. Il Portogallo già salvato una prima volta con 85 miliardi di euro ha ripreso a boccheggiare e si prepara a chiedere un nuovo salvataggio. In una sorta di nemesi storica Lisbona sta nel frattempo chiedendo l’aiuti di due ex colonie, ossia di Brasile ed Angola. La crisi portoghese crea comunque meno preoccupazioni di quella spagnola. Insomma, sembra essersi esaurito l’effetto benefico del migliaio di miliardi di euro iniettati nel sistema bancario europeo in due tranches da parte della Banca centrale europea. Malgrado l’effetto tonificante di questa enorme quantità di liquidità, i rendimenti dei titoli pubblici italiani e spagnoli hanno ripreso a salire, così come hanno ripreso a crescere i timori sulle possibilità di successo dei piani di risanamento dei Governi di Roma e di Madrid confrontati con un rallentamento delle loro economie nettamente superiore alle loro stesse previsioni. La Spagna, da sempre considerato un Paese a rischio, sembra infatti entrata in un circolo vizioso simile a quello greco. I tassi di interesse stanno salendo e hanno superato nuovamente il 5,5%. Lo spread (il differenziale) dei titoli spagnoli rispetto a quelli tedeschi ha superato quello italiano. L’economia è in recessione e il nuovo Governo di centro-destra ha difficoltà a rispettare il piano di risanamento dei conti pubblici concordato con Bruxelles. Infatti Madrid avrebbe dovuto ridurre quest’anno il suo deficit pubblico al 4,4% del Pil per poi diminuirlo al 3% l’anno prossimo. Il Governo presieduto da Mariano Rajoy ha però scoperto che l’anno scorso il disavanzo spagnolo ha superato l’8% e ha quindi sostenuto che non avrebbe potuto centrare l’obiettivo. Dopo aver raggiunto un accordo con Bruxelles, il Governo spagnolo si è ora impegnato a ridurre quest’anno il deficit pubblico al 5,3% del PIL e di mantenere inalterato l’obiettivo del 3% per l’anno prossimo. Per mantenere i nuovi patti con l’Unione Europea Madrid dovrà fare un’altra manovra fiscale di ben 20 miliardi di euro che si aggiungerà a quella di 15 miliardi di euro già varata e approvata poco dopo l’insediamento del nuovo Governo. Non si tratta di un’operazione facile per un’economia spagnola, che si sta già rapidamente contraendo (le previsioni ufficiali indicano per quest’anno una contrazione del PIL spagnolo dell’1,7%) e con una disoccupazione che supera il 20% della popolazione attiva. Una nuova stangata è particolarmente dolorosa in un Paese che sta avvertendo le pesanti conseguenze dello scoppio di una grande immobiliare e con un debito privato elevatissimo. Infatti i prezzi delle case continuano a scendere (sono già scesi del 20%) e il settore bancario spagnolo è ancora esposto con oltre 300 miliardi di euro nei confronti del settore immobiliare. Di questi prestiti, circa la metà sono considerati problematici, ossia di difficile recupero. Per l’operazione di pulizia dei conti delle banche, che è già costata 105 miliardi fino al giugno scorso, servono ancora altri 50 miliardi. Quindi, la combinazione di nuove stangate fiscali su un’economia fortemente indebitata e già in recessione e che deve fare i conti anche con un settore bancario in crisi sembra una ricetta che non può portare che a risultati simili a quelli della Grecia, ossia al disastro. Infatti, occorre ricordare che i piani di risanamento della Grecia sono falliti soprattutto perché l’economia greca si è contratta ben più di quanto prevedessero gli esperti. Per esempio, il Fondo Monetario Internazionale ancora nell’autunno del 2010 pensava che il PIL si sarebbe contratto del 2,6 nel 2011. In realtà, la recessione è stata molto più grave: il PIL greco si è infatti contratto del 7%. La paura della Spagna è quella di seguire le orme di Atene e di cadere in un circolo vizioso dal quale è molto difficile uscire. La paura della Spagna sta diventando la paura dell’Europa che sperava di aver rimosso per alcuni mesi il problema della crisi dei debiti sovrani grazie ai miliardi
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