
Il vento è cambiato, Greta è arrivata a Wall Street. Nel senso che anche la grande finanza ha capito la gravità della crisi climatica e sempre più istituzioni finanziarie guardano alla sostenibilità quando investono. È questo il messaggio che esce dalla giornata della Cop26 di Glasgow dedicata alla finanza per il clima.
“Il clima prima non era nel mainstream della finanza, ora sì. C’è una grande spinta del settore privato per perseguire la crescita green”, dice a sintesi degli incontri il presidente della Cop26, il britannico Alok Sharma.”A questa Cop26 ho visto un grande cambiamento nel sistema finanziario” spiega Patricia Espinosa, la segretaria generale dell’Unfccc, la convenzione dell’Onu sul clima, che da oltre vent’anni organizza le Cop. La grande finanza a suo avviso “ha capito che il cambiamento climatico è un grande rischio, e che gli investimenti vanno fatti in un modo sostenibile”. Le dimensioni della sfida sono imponenti: per combattere la crisi climatica serve un trilione all’anno di investimenti nei Paesi in via di sviluppo. E sul fatto che gli investimenti per la transizione ecologica sono una priorità sono tutti concordi. Per Larry Shapiro di Blackrock “la comunità finanziaria internazionale è ben intenzionata ad andare avanti”. Perché, come ha detto la managing director dell’Fmi, Kristalina Georgieva, “la crisi climatica è una minaccia alla stabilità dei sistemi finanziari. Gli investimenti verdi invece possono generare 30 milioni di green jobs e un aumento del Pil globale del 2%”.
L’inviato dell’Onu per il clima e la finanza, l’ex governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney, ha proposto come modello di finanza climatica la coalizione di banche e fondi per il clima Gfanz (Glasgow Financial Alliance for Net Zero), da lui lanciata ad aprile. Un network di 450 colossi del denaro, che gestiscono 130’000 miliardi di dollari di asset, il 40% dei capitali finanziari mondiali. Questi giganti si sono impegnati ad arrivare a zero emissioni nette al 2050, e a tagliarle drasticamente al 2030. Ma hanno anche accettato che i loro sforzi vengano valutati ogni anno da un organismo terzo, formato da ong ed esperti indipendenti. Carney oggi ha battuto su di un altro concetto importante: “i finanziamenti dei governi devono servire da moltiplicatore dei finanziamenti privati”. In pratica, i soldi degli stati devono garantire gli investimenti delle imprese per la transizione, devono coprire i rischi e indirizzare così i flussi finanziari verso il settore green.
“Servono nuove strutture di finanza mista - ha detto Carney -, piattaforme per portare insieme i fondi pubblici e privati”. Come ha detto Mario Draghi lunedì scorso, “se si riesce a portare i capitali privati dentro la lotta alla crisi climatica, c’è la disponibilità di decine di trilioni di dollari”. Carney oggi ha espresso lo stesso concetto: “I soldi sono qui, se il mondo vuole usarli”. E gli usi possibili sono tantissimi. “Servono 1 trilione di dollari all’anno (mille miliardi, n.d.r.) nei Paesi in via di sviluppo”, ha detto Carney. La segretaria dell’Unfcc Espinosa ha detto di sperare che la Cop26 riesca a varare già per il 2022 il fondo da 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi poveri a decarbonizzare. La Climate Bonds Initiative stima che servano 5.000 miliardi di green bond al 2025 per finanziare la transizione globale, mentre oggi siamo solo a 1’400. E la direttrice dell’Fmi Georgieva ha indicato un altro possibile strumento per orientare gli investimenti verso la sostenibilità: “Crediamo che imporre un prezzo del carbonio a livello internazionale sia molto importante” e che “65 dollari al 2030 sia un prezzo equo e pragmatico”.
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