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Come sarà questo 2014?
Redazione
13 anni fa
Occorre essere prudenti sull'ottimismo delle previsioni soprattutto sulla ripresa dell'economia statunitense

Questo 2014 è cominciato con grandi iniezioni di ottimismo che riguardano soprattutto l’economia statunitense. Molti prevedono che la crescita potrebbe quest’anno superare il 3% e, quindi, consolidare la ripresa americana. Per Eurolandia si stima invece una crescita molto più modesta che dovrebbe aggirarsi – secondo i più ottimisti – attorno all’1%. Evidentemente c’è da sperare che queste previsioni si rivelino azzeccate, anche se non mancano i motivi per nutrire qualche dubbio.

Innanzitutto, occorre ricordare che anche all’inizio dell’anno scorso e di quello precedente vennero formulate previsioni che si rivelarono errate per eccesso di ottimismo. Quindi, la prudenza è d’obbligo, anche perché molto (forse tutto) dipenderà dalle scelte della Federal Reserve. Per essere più chiari, la ripresa americana è il prodotto di una politica monetaria non sana e alla lunga insostenibile. Infatti la banca centrale americana sta mantenendo da anni i tassi di interesse a un livello di poco superiore allo zero e sta inondando il sistema di liquidità con gli acquisti massicci di obbligazioni.

Questa politica monetaria sta mettendo in moto fenomeni molto pericolosi. In primo luogo, è all’origine del forte rialzo di Wall Street con un indice S&P 500 che, secondo alcuni parametri, ha raggiunto livelli simili a quelli che precedettero la crisi del 2008. In secondo luogo, sta favorendo un aumento dell’indebitamento soprattutto degli operatori finanziari. La Fed, almeno finora, non è invece riuscita a mettere in moto un aumento degli investimenti produttivi, che sarebbero il vero segnale di “guarigione” dell’economia americana. Quindi, quello cui stiamo assistendo è una ripresa drogata che non ha ancora innescato quei meccanismi virtuosi indispensabili perché sia sostenibile nel tempo. Anzi, quello che si nota è la grande paura sia delle autorità monetarie sia degli operatori finanziari delle conseguenze di un aumento dei tassi di interesse. Non dei tassi direttamente controllati dalla Fed, che ha promesso di mantenerli a questo livello per tutto l’anno in corso, ma di quelli di mercato.

Vi è infatti la consapevolezza che un forte rialzo del decennale statunitense potrebbe innescare un aumento dei tassi ipotecari e frenare la ripresa del mercato immobiliare ed incidere anche sul livello dei consumi. In proposito è significativo che il leggero rialzo subito dai T-bond decennali all’indomani dell’annuncio della riduzione a 75 miliardi il mese della quantità di titoli che la Fed acquista ha provocato immediatamente un calo delle vendite di automobili nel mese di dicembre. Anche se non si può escludere che questo fenomeno sia dovuto ad altri fattori, è molto probabile che invece stia a testimoniare la forte sensibilità degli americani ai movimenti del costo del denaro. Tutto ciò induce a ritenere che la ripresa rischi di rivelarsi un fuoco di paglia, anche perché altrimenti ci troveremmo ben presto ad una replica della crisi finanziaria dell’autunno del 2008, ossia con livelli di indebitamento insostenibili e con bolle dei mercati finanziari a rischio di scoppio.

Non bisogna infatti dimenticare che l’origine della crisi risiede in una sempre maggiore crescita delle diseguaglianze e in una drastica riduzione delle capacità di spesa dei redditi medi e bassi. La carenza degli investimenti produttivi delle corporations statunitensi non è infatti dovuta alla mancanza di mezzi finanziari (anzi, detengono più di 1'000 miliardi di mezzi liquidi). Non è nemmeno dovuta ad un alto livello del costo del denaro (i tassi di interesse sono attualmente addirittura negativi). Essa è dovuta ad una carenza della domanda finale, che sono poi i consumi. Questi ultimi dipendono dal reddito delle famiglie, che da tempo continua ad essere intaccato, a meno che si ritenti (come si è fatto prima del 2008) a spingere le famiglie americane ad indebitarsi nuovamente a livelli insostenibili. Ed è quanto la Federal Reserve sta paradossalmente cercando di fare: ossia di rimettere in moto un’economia su basi insostenibili.

Ovviamente le previsioni sull’economia americana incidono anche sulle stime per l’economia europea. La tregua della crisi di Eurolandia è stata un effetto secondario della politica monetaria statunitense. La liquidità iniettata dalla Fed ha infatti contribuito a ridurre i tassi di interesse dei Paesi in difficoltà e a dare la sensazione di un ritorno alla normalità. Quest’anno per l’economia del Vecchio Continente le incognite saranno probabilmente di ordine politico. Ciò non riguarda tanto l’esito delle elezioni europee di maggio con il prevedibile successo dei partiti anti-euro, quanto alla sostenibilità politica delle politiche di austerità. Ad esempio, si possono nutrire fieri dubbi sulla capacità politica dell’Italia di proseguire sulla strada del rigore. E’ quindi certo che si continuerà ad assistere nei Paesi del Mediterraneo a crisi di gruppi industriali e alla vendita dei gioielli di famiglia da parte degli Stati con l’obiettivo di fare cassa, mentre l’economia dovrebbe sostanzialmente stagnare anche grazie a nuovi interventi straordinari da parte della Banca centrale europea.

Le previsioni vengono di solito smentite dai fatti, ma sembra eccessivo l’attuale ottimismo.

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