
Il crollo del prezzo del petrolio, la crisi del rublo e il riaprirsi delle turbolenze nell’area euro a causa dell’instabilità politica della Grecia sono facce diverse di una medesima medaglia. Stiamo assistendo ad un rallentamento dell’economia mondiale nettamente superiore a qualsiasi previsione, che viene accentuato da una guerra asimmetrica economica e finanziaria che viene condotta anche a colpi di sanzioni come nel caso della Russia e ai prodromi di nuova crisi finanziaria innescata dalla prossima insolvenza di molti società americane attive nella grande bolla dello “shale oil”, ossia della tecnica della fatturazione idraulica. C’è dunque da temere che queste crisi (apparentemente separate) provochino una nuova “tempesta perfetta” che avverrebbe in un contesto economico e politico molto più fragile e con minori margini di intervento da parte delle autorità considerato che – ad esempio – i tassi di interesse sono già a livelli di poco superiori allo zero.
Una prima constatazione deve preoccupare: il dimezzamento del prezzo del petrolio dovrebbe favorire le economie dei Paesi consumatori e quindi essere festeggiato dalle borse. Basti pensare che negli Stati Uniti un prezzo del greggio che si mantiene attorno ai 60 dollari il barile equivale ad un risparmio annuo di 100 miliardi di dollari per le famiglie americane, che potrebbero usarli per consumare di più e quindi per far crescere l’economia. Effetti analoghi si hanno in Europa ed in Giappone. Quindi l’economia di questi Paesi dovrebbe “girare” meglio e le borse dovrebbero festeggiare. Nulla di tutto ciò sta avvenendo. I mercati interpretano la caduta del prezzo del petrolio come la conferma di uno stato dell’economia mondiale veramente preoccupante e temono che il calo del petrolio non si tradurrà in un aumento dei consumi, ma nell’ulteriore calo dell’inflazione e, quindi, in particolare in Europa nella deflazione. Questa è la ragione prima della mancanza di entusiasmo alla quale si aggiungono almeno altri tre motivi. Il primo è che l’aumento dei consumi sarà ampiamente compensato dalla forte riduzione gli investimenti dell’industria energetica (non solo quella petrolifera). Il secondo è che si preannunciano insolvenze nei circa 200 miliardi di dollari di obbligazioni emesse dalle società impegnate negli Stati Uniti nello shale oil (che non sono redditizie a questi prezzi) cui si devono aggiungere le perdite del sistema bancario che ha concesso ampi crediti a queste società. Per dare un’idea delle cifre in gioco l’esposizione della banca americana Wells Fargo ammonta a 37 miliardi dollari, quella di JPMorgan a 31 miliardi, ecc. Il terzo motivo è che le borse (soprattutto quella americana) era già in una fase di grande esuberanza. Dunque, il crollo del prezzo del petrolio è dovuto ad un’economia che sta peggio di quanto si pensasse e gli effetti negativi del calo del greggio rischiano di superare quelli positivi.
La crisi del rublo, dovuta alla caduta del prezzo del greggio, viene accentuata dalle sanzioni occidentali contro la Russia. Infatti il debito estero delle società russe che dovrebbe essere rimborsato l’anno prossimo si aggira attorno ai 125 miliardi di dollari. Il problema è che a causa delle sanzioni non è possibile rifinanziarlo sui mercati occidentali e quindi è destinato ad incidere sulle riserve valutarie della banca centrale russa e sul fondo creato da Mosca negli anni d’oro. Il problema principale è un altro: è evidente che è in corso una grande fuga di capitali dalla Russia che rende esplosiva la situazione finanziaria del Paese. Non vi è dubbio che è in corso una guerra asimmetrica con l’obiettivo di rovesciare il regime di Putin, che potrebbe essere meno devastante se il Presidente russo bloccherà il movimento dei capitali. Un default della Russia è da escludere, è invece prevedibile un forte aumento delle tensioni con l’Occidente e soprattutto con un’Europa che si è piegata ai diktat americani e non ha colto l’opportunità di un grande asse strategico con Mosca e quindi anche con Pechino. L’attenzione sulla crisi russa non deve far trascurare che la maggior parte delle valute dei Paesi emergenti sono sotto pressione (e non solo quelle dei Paesi produttori di petrolio). L’attacco va dal Venezuela chavista alla Turchia, il cui Presidente Erdogan sembra essere caduto in disgrazia a Washington. Dunque, la Russia soffrirà, ma probabilmente non cadrà. Le sorprese tuttavia potrebbero giungere da altri Paesi.
Il terzo focolaio di crisi è la Grecia che rilancia la crisi dell’euro. Il timore di una vittoria del partito di sinistra diretto da Tsipras in elezioni anticipate dovute al fallimento del Parlamento greco di eleggere il Presidente della Repubblica sta tutto in un programma elettorale che dice quello che è a tutti noto: la Grecia non è in grado di onorare e restituire un debito pubblico che supera il 170% del suo PIL. Si tratta di una verità che Bruxelles, la Banca centrale europea e l’FMI vogliono continuare a negare, poichè temono che la ristrutturazione di questi debiti (prima o poi inevitabile) destabilizzi i mercati dei capitali facendo impennare il costo del denaro e creando quindi una nuova crisi dell’euro. Dunque, bisogna negare a tutti i costi l’evidenza che questi Paesi sono entrati in una classica trappola da debito eccessivo che si risolve unicamente con la sua ristrutturazione. Insomma, una nuova crisi dell’euro appare imminente. Le turbolenze internazionali la rendono probabile.
In conclusione, una fine d’anno turbolenta che sta creando le condizioni per una nuova “tempesta perfetta”.
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