
Per i gestori dei capitali del nostro Secondo Pilastro la vita si fa ogni giorno più difficile.I motivi sono semplici. La crisi dei debiti sovrani ha assottigliato i cosiddetti investimenti sicuri (non si possono dormire sonni tranquilli, se si è investito in obbligazioni statali italiane, spagnole, francesi, ecc.), l’agonia dell’euro aggiunge ulteriori motivi di incertezza, poiché incrina la fiducia anche nelle obbligazioni dei Paesi europei considerati solidi (ad esempio, ci si puo’ interrogare se si rivelerà una buona scelta l’aver investito in Bund tedeschi, se la Germania accetterà il varo degli Eurobond o consentirà alla Banca centrale europea di fungere da prestatore di ultima istanza), i tassi di interesse sono ovunque a livelli minimi (quindi rende difficile raggiungere il tasso minimo di rendimento e rende praticamente impossibile onorare il tasso di conversione attraverso il quale il capitale di vecchiaia viene trasformato in una rendita mensile) e infine anche le azioni non sono risparmiate da forti ondate di vendite. Insomma, l’unico investimento che appare (almeno per il momento) redditizio e sicuro è quello immobiliare in Svizzera.Questa situazione di incertezza non è destinata a mutare presto. Ben presto cominceranno ad emergere deludenti risultati sugli investimenti effettuati con i circa 600 miliardi di franchi di capitali detenuti dalle casse pensioni e dalle fondazioni collettive che fanno capo alle compagnie di assicurazione. Non è nemmeno escluso che alcune casse pensione siano ben presto costrette ad avviare programmi di risanamento, che abitualmente prevedono un aumento dei contributi dei lavoratori combinati con una riduzione delle prestazioni. Ma questa situazione non sarà un incidente temporaneo: gli investimenti non potranno dare i rendimenti attesi anche nei prossimi anni. Se questa previsione si rivelerà corretta, è inevitabile che i calcoli che proiettano il capitale di vecchiaia di ogni lavoratore al raggiungimento dell’età di pensionamento dovranno essere corretti. E’ pure ovvio che ben presto si riaprirà il dibattito sulla riduzione del tasso di conversione attraverso il quale il capitale di vecchiaia si trasforma in una rendita mensile. E’ bene che ognuno cominci a riflettere su questi temi e sarebbe anche bene che il Consiglio federale e il Parlamento pensino a provvedimenti tesi all’ampliamento della copertura AVS attraverso il trasferimento a quest’ultima di una parte dei fondi del secondo pilastro. Infatti nell’attuale situazione economica un sistema pensionistico a ripartizione (come è l’AVS) offre maggiori garanzie di quello a capitalizzazione, come è oggi il secondo pilastro. Tenendo conto dei grandi interessi in gioco, è molto improbabile che questo piccolo riequilibrio del nostro sistema previdenziale venga preso in considerazione. Sta di fatto che dall’inizio di questo secolo continuiamo ad assistere ad una riduzione dei rendimenti degli investimenti di questi capitali (il tasso minimo di rendimento è sceso dal 4% all’1%) ed ad una continua riduzione delle proiezioni sia del capitale vecchiaia sia delle rendite. Per cercare di arrestare o meglio di rallentare questo processo sarebbe auspicabile dare più peso all’AVS a scapito del secondo pilastro. Un auspicio che sicuramente verrà deluso con conseguenze negative per tutti i lavoratori.
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