Cerca e trova immobili
Magazine
BSI: responsabilità ticinesi
BSI: responsabilità ticinesi
BSI: responsabilità ticinesi
Redazione
11 anni fa
L’acquisizione da parte di EFG dell’istituto ticinese è la conclusione di una vicenda su cui riflettere

L’annuncio della vendita di BSI al gruppo EFG International ha suscitato giustificate preoccupazioni sul futuro dei posti di lavoro e sul mantenimento della sede principale dell’istituto in Ticino. L’attenzione si è concentrata meno sulle ragioni che dopo parecchie vicissitudini hanno portato una banca nata nel 1873 nelle mani di un gruppo controllato da un armatore greco.

Tra i motivi di riflessione ne spiccano certamente due. In primo luogo, ci si può interrogare sulle ragioni per cui la banca non abbia saputo sfruttare appieno il boom degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta nella gestione patrimoniale per crescere e per rafforzare la propria indipendenza. In quegli anni, come mi disse un Direttore della BSI si metteva il secchiello all’esterno del portone e la mattina seguente lo si ritrovava pieno di soldi, portati (è inutile negarlo) per lo più da italiani. Insomma le condizioni di mercato erano eccezionalmente favorevoli: bastava alzare la vela e la fuga di capitali dall’Italia ti avrebbe fatto correre. E in effetti la BSI ha corso, ma l’azionariato e il management non ne hanno consolidato l’indipendenza con il risultato di dover ricorrere ad azionisti stranieri. Si è mancata una grandissima occasione e le responsabilità sono ticinesi.

In secondo luogo, anche questi rapporti con gli azionisti stranieri non sono stati idilliaci. La banca era stata ripulita da SBS, ma dopo la fusione con UBS le autorità che vigilano sulla concorrenza avevano imposto alla nuova UBS di vendere BSI per evitare che si creasse una posizione dominante in Ticino. A questo punto subentra il gruppo italiano Generali, che rileva BSI pagando 1,9 miliardi di franchi. La compagnia assicurativa di Trieste dà sicurezza e lascia a BSI una notevole autonomia decisionale. Di nuovo, pure questa autonomia non viene sfruttata nel migliore dei modi. L’azionista italiano costringe BSI ad acquistare la BUC (Banca Unione di Credito) per 200 milioni di franchi e in seguito si fa convincere dal management ticinese di acquistare la Banca del Gottardo per 1,4 miliardi di franchi. I risultati non soddisfano il gruppo di Trieste a tal punto che al primo cambio di management della compagnia assicurativa la BSI viene messa in vendita. L’insoddisfazione è facilmente spiegabile con la perdita di valore dell’istituto che viene venduto ai brasiliani di BTG Pactual per 1 miliardo e 250 milioni. Insomma nel giro di pochi anni il valore dei diversi acquisti di poco superiore ai 3,4 miliardi era sceso di oltre due miliardi. Anche la massa patrimoniale amministrata era diminuita. Insomma, si era verificata una notevole distruzione di valore che non può essere unicamente ascritta agli scudi fiscali di Giulio Tremonti e alle incertezze sul segreto bancario. Anche in questo caso vi sono responsabilità ticinese. Il resto è storia recente.

Ma vi è un altro aspetto che viene completamente ignorato dagli organi di stampa ticinesi che potrebbe avere ripercussioni penali per il vecchio management di BSI e pecuniarie per l’istituto. E’ lo scandalo malese. Martedì 16 febbraio il quotidiano inglese “Financial Times” ha dedicato l’intera pagina 7 a quello che ha definito “Lo scandalo finanziario asiatico”. L’articolo inizia con una lettera di congratulazioni scritta nel dicembre 2011 a un impiegato della filiale di Singapore (che ora è sotto inchiesta penale) dall’allora Ceo di BSI, Alfredo Gysi, in cui tra l’altro si comunicava la corresponsione di 19 milioni di dollari americani in segno di gratitudine. Il problema è che ora su questa vicenda stanno indagando la Procura federale e anche le autorità di Singapore, poiché si sospetta che siano stati trafugati da un fondo statale da parte del primo ministro malese e altri politici del Paese del Sud-Est asiatico ben 4 miliardi di dollari. Si tratta di uno scandalo che potrebbe (lo ripeto) avere conseguenze penali e anche pecuniarie e, quindi, pure conseguenze sui posti di lavoro e sul mantenimento della sede centrale in Ticino.

In conclusione, non è certo che le vicissitudini di BSI si concludano con l’acquisizione da parte di EFG International, ma è invece certo che l’esito (forse temporaneo) di questa vicenda non può essere addebitato al destino baro o alle macchinazioni dei confederati, poiché vi sono anche responsabilità ticinesi.

© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata