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Borse, è di nuovo bolla?
Redazione
13 anni fa
Fino a quando potrà durare lo stato di grazia di mercati finanziari drogati dalle banche centrali?

Questo 2013, che si sta avviando alla conclusione, è stato un anno ottimo per i mercati finanziari. E’ tutto oro quello che luccica oppure è il chiaro sintomo di un benessere drogato dalle iniezioni di liquidità delle principali banche centrali e quindi pericoloso? Si può subito affermare che la politica della moneta facile e a bassissimo costo ha lubrificato i meccanismi finanziari e sta producendo grandi risultati. Ma questo stato di grazia può protrarsi nel tempo? E soprattutto non potrebbe venire incrinato dalla decisione della Federal Reserve americana (da molti ritenuta probabile) di ridurre la quantità di moneta che stampa ogni mese? Infine, le borse con i loro rialzi stanno anticipando un rafforzamento della crescita delle economie occidentali, che finora appare claudicante?

Le borse continuano a salire e alcuni indici azionari hanno stabilito nuovi massimi storici. E’ il caso dello Standard & Poor’s 500. L’indice americano è salito di più del 26% dall’inizio dell’anno e sembra destinato a concludere questo 2013 con la migliore performance dal 1998. Anche la borsa svizzera ha fatto molto bene, l’indice SMI ha superato gli 8'000 punti e quest’anno è salito di più del 17%. Se le borse si sono mosse molto bene, ancora meglio hanno fatto i mercati dei capitali. A tal punto bene da far dimenticare la crisi dei debiti sovrani dei Paesi deboli di Eurolandia e a tal punto da “premiare” anche le emissioni obbligazionarie più rischiose e da far ritornare in auge quegli strumenti finanziari in cui erano impacchettati i vari debiti di famiglie e società americane.

I criteri usati per valutare i corsi delle azioni indicano chiaramente che le borse sono sopravvalutate. Ad esempio il rapporto tra prezzi e utili della borsa americana si aggira attualmente, secondo l’economista Shiller, a 25, mentre la media storica si situa a 16,5. Il livello di irrazionale esuberanza è comunque inferiore a quello registrato nel 1929 e nel 2000 alla vigilia dei grandi crolli borsistici. L’odierna intonazione delle borse è da ascrivere alla politica delle banche centrali. La conferma di questa analisi è data dall’andamento delle stesse borse. Quando nelle scorso mese di giugno Ben Bernanke cominciò a ventilare l’ipotesi di una riduzione graduale della quantità di moneta stampata mensilmente le borse cominciarono ad avvertire un certo qual mal di pancia, che terminò in settembre quando si capì che la Federal Reserve avrebbe rinviato a data da definirsi un cambiamento della propria politica monetaria. Da allora l’indice Standard & Poor’s che era sceso fino a 1650 punti ha ripreso a salire, sebbene non ci fossero segnali di un significativo miglioramento economico. Molti sostengono che non c’è motivo di preoccuparsi, poiché questo rialzo non è accompagnato da quel clima di follia che caratterizza la formazione delle bolle speculative. Questo è vero, ma è altrettanto vero che, come è capitato nell’autunno del 2008, si possono verificare pesanti tonfi delle borse anche se non si è entrati in una fase di maniacale dei mercati.

Ciò è tanto più vero, poiché oggi la vera bolla è nei mercati dei capitali. I tassi di interesse storicamente molto bassi stanno spingendo gli investitori istituzionali (quindi casse pensioni, fondi, ecc.) ad accettare qualsiasi rischio pur di avere rendimenti decenti. Ed è proprio dal mercato dei capitali che potrebbe partire una prossima crisi soprattutto se la Federal Reserve mutasse la propria politica. Quindi è giustificato affermare, da un canto, che i mercati finanziari sono sempre più Fed-dipendenti e, dall’altro, che quel poco di ripresa che si vede negli Stati Uniti è solo un effetto di queste politiche monetarie espansive, che hanno spinto al rialzo non solo i corsi delle azioni, ma hanno anche messo (almeno temporaneamente) la parola fine alla crisi del mercato immobiliare americano e hanno permesso un aumento dei prezzi delle case.

Sempre questa politica monetaria molto espansiva ha apparentemente cancellato la crisi di Eurolandia, garantendo anche ai Paesi a maggiore rischio di rifinanziarsi a costi decrescenti. Quindi ha creato la bella illusione che il Vecchio Continente stia superando le proprie difficoltà e che il futuro dell’euro non è più in pericolo. Nulla di più lontano dalla realtà, come riemergerà chiaramente l’anno prossimo.

Dunque è decisivo quanto deciderà la banca centrale americana, che si trova davanti ad un grande dilemma. Infatti se guarda alle condizioni dell’economia USA una correzione di rotta non è auspicabile, poiché la crescita è fragile (anche l’ultimo aumento del PIL è dovuto essenzialmente all’aumento delle scorte) e l’inflazione è in continuo e anche allarmante ribasso. Ma se guarda ai mercati finanziari un cambiamento di politica è necessario e improcrastinabile, poiché il Quantitative Easing sta favorendo nuove pericolose bolle finanziarie che potrebbero originare una nuova crisi. E’ dunque molto probabile che la Fed cercherà di cambiare politica in modo molto graduale, cercando nel contempo di rassicurare i mercati. Sarà interessante capire se questo gioco di equilibrismo funzionerà. E’ comunque certo che la prova del nove per i mercati avverrà quando la liquidità sarà meno abbondante e il costo del denaro comincerà a salire. Fino ad allora potranno continuare a brindare.

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