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Borsa: è di nuovo bolla?
Redazione
13 anni fa
L'esuberanza dei mercati finanziari non è giustificata dall'andamento dell'economia reale, ma dalle banche centrali

La continua stampa di moneta da parte delle banche centrali sta creando nuove bolle finanziarie. I mercati finanziari scoppiano di salute, nonostante la crescita economica sia ancora claudicante e in alcuni Paesi addirittura non esistente. Infatti l’indice azionario americano Dow Jones ha toccato un nuovo massimo storico. La maggior parte degli altri mercati stanno muovendosi verso nuovi massimi (se si escludono le borse dei Paesi europei in difficoltà) stanno muovendosi al rialzo ed in alcuni casi sono prossimi a toccare nuovi massimi storici. Ad esempio l’indice SMI della borsa svizzera dall’inizio dell’anno è salito del 12%. L’esuberanza non si manifesta solo nei mercati azionari, ma anche in quelli dei capitali. Le società riescono ad emettere obbligazioni pagando bassi tassi di interesse e sono addirittura tornati di moda i titoli in cui sono impacchettati crediti ipotecari, crediti al consumo e quant’altro, ossia le famose Asset Backed Securities. Insomma l’attuale politica delle banche centrali sta mettendo in moto fenomeni analoghi a quelli produssero la crisi finanziaria del 2008. L’obiettivo delle banche centrali non è e non era quello di creare nuove bolle speculative, ma di rimettere in modo la crescita economica. Le enormi quantità di moneta iniettate nel circuito economico hanno sì evitato un crollo dell’intero sistema economico, ma non sono giunte (o sono giunte in dimensioni ridotte) all’economia reale e si sono scaricate sui mercati finanziari. Infatti il quadro è piuttosto desolante. L’economia occidentale, che sta meglio, è quella americana, ma la crescita modesta e soprattutto fragile, a tal punto che la Federal Reserve ha deciso di annunciare che continuerà a stampare moneta fino a quando la disoccupazione non sarà scesa al 6,5%. Negli Stati Uniti si tgemono inoltre le conseguenze dei tagli automatici della spesa pubblica entrati da poco tempo in vigore. L’economia britannica e quella giapponese non stanno meglio. Ciò sta inducendo le autorità monetarie a seguire una politica monetaria ancora più aggressiva di quella finora praticata. La situazione dell’Europa è nota. La sempre più grave recessione dei Paesi in difficoltà sta cominciando ad incidere negativamente anche sulla crescita tedesca e indotto a stimare che il bilancio complessivo di Eurolandia si chiuderà con un segno meno alla voce crescita economica. I dati fondamentali non giustificano dunque l’esuberanza delle borse. Si potrebbe però sostenere che i bilanci societari legittimino queste valutazioni. Nell’ultimo numero del settimanale britannico “The Economist” è stato giustamente mostrato che le azioni sono sopravvalutate. Per quanto riguarda la borsa americana, secondo Robert Shiller dell’Università di Yale, il rapporto tra prezzi e utili aggiustato in base all’andamento ciclico è del 39% superiore alla media storica. Pure la misura inventata da James Tobin (ossia di valutare il costo della sostituzione ex novo di tutte le attività di una società) indica che le azioni sono sovravalutate del 50%. Infine il dividend yeld (ossia il rapporto tra dividendo e prezzo di un’azione) si attesta oggi al 2,6% contro una media storica del 4,1%. Tutti questi dati devono indurre a ritenere che è prossimo un ribasso delle borse? Assolutamente no. Le borse continueranno a salire fino a quando non vi saranno segnali che le banche centrali si apprestano a cambiare politica. Quindi, paradossalmente continueranno a salire fino a quando la crescita economica sarà balbettante e, quindi, impedirà alle banche centrali di mutare strategia. Se per le borse la festa può continuare, per le banche centrali sorgono problemi di non poco conto. Il formarsi di bolle speculative rende azzardata la politica monetaria che stanno conducendo anche perché essa non sta producendo il risultato desiderato di rilanciare la crescita. E in secondo luogo, si ingrandisce il problema delle conseguenze di queste continue iniezioni di liquidità nel sistema. La conclusione dovrebbe essere semplice: la politica monetaria non basta per uscire

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