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Bloccare di nuovo i ristorni delle imposte dei frontalieri?
Redazione
12 anni fa
La misura appare necessaria per rilanciare i negoziati con un'Italia che non ha interesse a rivedere il trattato sulla doppia imposizione fiscale

Mancano poco più di tre mesi alla scadenza del 30 giugno entro la quale il Consiglio di Stato ticinese deve versare all’Italia la quota parte delle tasse prelevate sui frontalieri che lavorano nel Cantone, ma ancora non è chiaro cosa intende fare il nostro Governo. E’ giusto bloccare, come è già stato fatto, il ristorno di queste tasse per ottenere la cancellazione della Svizzera dalle “liste nere” italiane, per trovare una soluzione alle pendenze fiscali del passato dei clienti italiani che vogliono regolarizzare la loro posizioni con le autorità fiscali italiane e ovviamente per eliminare i vantaggi fiscali di cui beneficiano i frontalieri in base alle attuali regole? La risposta è affermativa. I motivi sono numerosi. Proviamo ad affrontarne alcuni.

Roma non ha alcuna fretta di trovare un accordo con la Svizzera. Per il Consiglio federale la questione dei frontalieri non è una priorità. Essa rappresenta solo un aspetto (ritenuto secondario) della regolamentazione dei rapporti fiscali tra i due Paesi. Il Consiglio federale sperava di poter far progredire questi negoziati con il Governo Letta, ma, come è noto, i negoziati si sono arenati. Ora spera di rilanciare queste trattative durante la prossima visita in Svizzera del Presidente italiano, Giorgio Napolitano. Queste speranze saranno deluse. Infatti non vi è alcuna ragione per cui l’Italia dovrebbe accelerare questi negoziati. Infatti i partiti italiani non sono affatto interessati a rivedere la tassazione dei frontalieri, che comporterebbe per chi la sottoscrive un pesante tributo elettorale nelle regioni italiane di frontiera. Inoltre Roma non ha alcuna fretta a regolarizzare la posizione fiscale con la Svizzera. Infatti con il varo del decreto sulla possibilità di autodenuncia dei contribuenti che vogliono mettersi in regola con lo Stato italiano, Roma può attendere con calma che giungano al traguardo gli sforzi che si stanno compiendo a livello internazionale per giungere ad un sistema automatico di scambio di informazione in materia fiscale.

Infatti, come noto, a livello internazionale, soprattutto su impulso del G20, si sta verificando una grande accelerazione dei negoziati sullo scambio di informazioni in materia fiscale. Cerchiamo di riepilogare brevemente. Il 13 marzo 2009 la Svizzera ha sottoscritto l’articolo 26 del modello OCSE che prevede lo scambio di informazioni su richiesta basata su fondati indizi (un estratto conto di una banca, ecc.). Berna vuole negoziare con l’Italia l’introduzione di queste regole nel trattato sulla doppia imposizione fiscale e ottenere in cambio (tra l’altro) l’uscita dalle liste nere. E’ bene rammentare che la tassazione dei frontalieri è regolato dal medesimo trattato sulla doppia imposizione.

Da quel mese di marzo del 2009 vi è stato un moltiplicarsi di iniziative in gran parte dovuto al famoso FATCA, che di fatto ha imposto unilateralmente le norme fiscali riguardanti i cittadini americani al resto del mondo. Quindi, viene elaborata la convenzione di Strasburgo, che prevede lo scambio di informazioni su richiesta, alla quale la Svizzera ha aderito, anche se questa adesione deve essere ancora ratificata dal nostro Parlamento. In seguito, l’OCSE, su impulso appunto del G20, decide che il nuovo standard sarà lo scambio di informazioni automatico. Molti prevedono che il testo della convenzione di Strasburgo verrà modificato per soddisfare l’indicazione dell’OCSE. Pure a livello europeo vi è grande movimento: Austria e Lussemburgo (finora le nostre “sponde” all’interno dell’Unione Europea sulla questione del segreto bancario) hanno dato la loro disponibilità alla modifica del trattato sulla tassazione del risparmio (quello della famosa euro ritenuta sui redditi da interesse dei non residenti) e al passaggio ad un regime automatico di scambio di informazioni in materia fiscale.

La posizione svizzera è nota: accettiamo lo scambio automatico di informazioni se riguarderà tutti gli Stati e i territori con statuti fiscali speciali. E’ una linea assolutamente condivisibile e che bisognerà cercare di difendere a tutti i costi, ma bisogna anche rendersi conto che il nostro Paese appare sempre più isolato e “minacciato” di essere inserito in nuove liste nere. I tempi stringono: si ipotizza che tutti questi negoziati potrebbero concludersi nel giro di due anni. Per la Svizzera sarà quindi molto difficile non adeguarsi a questo processo: i costi per l’economia del nostro Paese potrebbero essere molto alti.

Ritorniamo quindi alla questione dei frontalieri e dei ristorni che è strettamente connessa con la discussione sul futuro del segreto bancario. E’ ovvio che il Governo italiano è a conoscenza di quanto sta succedendo a livello internazionale e, quindi, non ha alcuna urgenza (e nemmeno necessità) di rinegoziare il trattato sulla doppia imposizione con la Svizzera. Per questo motivo, il blocco dei ristorni dei frontalieri potrebbe rivelarsi un mezzo utile per almeno rivedere la questione dei 60mila italiani che ogni giorno vengono in Ticino a lavorare.

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