
Il prossimo 3 marzo saremo chiamati a votare sull’iniziativa “Contro le retribuzioni abusive” del consigliere agli Stati sciaffusano Thomas Minder. Secondo gli ultimi sondaggi di opinione, il 54% degli svizzeri ha intenzione di approvarla. Questo ampio consenso non è comunque sufficiente per garantire il successo dell’iniziativa contro la quale viene opposto un controprogetto, che non modifica in modo sostanziale la legge in vigore. Ma soprattutto devono preoccupare gli svariati milioni raccolti dagli ambienti economici per condurre un’incisiva campagna propagandistica contro l’iniziativa. Dunque, l’iniziativa Minder ha buone possibilità di successo, ma l’esito della votazione non è affatto scontato. L’approvazione dell’iniziativa “Contro le retribuzioni abusive” rappresenterebbe un importante segnale politico contro uno degli aspetti più deleteri del pensiero liberista che ha prevalso negli ultimi anni. L’esplosione delle remunerazioni dei manager è infatti figlia della cosiddetta teoria dello “shareholder value”, in base alla quale bisognava allineare gli interessi dei manager con quelli degli azionisti. Quindi l’azienda doveva essere gestita cercando di massimizzare il corso delle sue azioni. Quindi le paghe dei manager dovevano essere collegate al corso delle azioni, Ciò ha portato non solo all’esplosione dei compensi dei manager, ma a dei profondi mutamenti nella gestione delle società quotate in borsa e soprattutto di quelle ad azionariato diffuso (ossia le società in cui non vi è un azionista di riferimento). La prima conseguenza della diffusione di questi metodi di pagamento è stato il prevalere di una logica del breve termine. Il manager era infatti indotto a privilegiare gli obiettivi trimestrali cui era legata la sua retribuzione. Di conseguenza, sono stati nella maggior parte dei casi trascurati gli investimenti in Ricerca e Sviluppo, che possono dare risultati concreti solo a lungo termine. L’accento sui risultati a breve termine ha portato pure in alcuni casi a manipolare i bilanci per abbellire i risultati fino a veri e propri casi di truffa (come quella dell’americana Enron). Si può dire che paradossalmente sono stati proprio gli azionisti i principali perdenti di un modello di management che avrebbe dovuto invece privilegiare i loro interessi. Infatti sono innumerevoli le società che hanno visto il corso delle loro azioni scendere o addirittura precipitare a causa degli errori di un management che ha distrutto ricchezza. In questi casi i dirigenti aziendali non hanno mai subito delle conseguenze economiche, poiché non esistevano e non esistono dei “malus”. Anzi, in caso di licenziamento erano e sono protetti da “paracaduti dorati” che prevedono buonuscita plurimilionarie. Il principio dello shareholder value ha portato a sottovalutare l’interesse a lungo termine della società e soprattutto gli altri attori economici (dipendenti, fornitori, clienti, territorio, ecc.) che hanno legittimi interessi nel buon funzionamento dell’attività economica. Insomma è stata dimenticata la responsabilità sociale dell’azienda. Occorrerebbe dunque rivoluzionare l’attuale mentalità che guida molto spesso l’operato dei vertici aziendali. Questo obiettivo non può essere l’obiettivo di un’iniziativa popolare. E infatti Thomas Minder si propone sostanzialmente di regolamentare le retribuzioni dei manager sottoponendole all’approvazione dell’Assemblea degli azionisti. Infatti il testo, su cui voteremo, chiede un voto obbligatorio e vincolante dell’Assemblea degli azionisti sulle remunerazioni dei membri della direzione e vieta esplicitamente il ricorso ai “paracaduti dorati”. L’iniziativa Minder quindi cerca di porre un freno alle pratiche diffuse di commistione di interessi tra Consigli di amministrazione e management, che esistono soprattutto in quelle grandi società dove è lo stesso management a scegliere i membri dei CdA. Dunque, votare sì vuol dire inviare un importante segnale politico e porre le premesse per proseguire la discussione su nuovi metodi di gestione delle società
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