
A due settimane dalla sua morte, vi proponiamo un ritratto di Alda Merini nelle parole del suo intimo amico e regista Cosimo Damiano Damato, che ha realizzato un documenatario intitolato "Una donna sul palcoscenico", girato in presa diretta a casa della Merini. Per chi scriveva, Alda? "Alda ha scritto per gli ultimi, per i santi, per giovani. Lei vedeva la poesia in tutto, anche nelle cose più essenziali, in uno sguardo di un barbone o nella bellezza di una donna, nel pianto di un bambino o nelle gesta di un santo, nel sudore di un orgasmo o nel noir di una città come Milano. Il suo donarsi era totale, la sua passionalità estrema l'ha portava a regalare una parte di sé attraverso la poesia". Ciò che nella vita le è toccato, ha mai intaccato la sua essenza? "La sua intera esistenza è stata segnata dalla poesia, lei ha vissuto di poesie e per la poesia. E' la poesia che l'ha portata in manicomio, un supplizio immeritato, che lei racconta molto intensamente nel “Magnificat”. Il suo essere una donna appassionata ed avvolta dal dono mistico della poesia l'ha resa diversa e ha pagato questa diversità in prima persona con lo strappo dei figli dal suo seno: una condanna molto dolorosa che nemmeno la poesia è riuscita a curare". Com'era Alda - donna? "Bellissima, sensuale, ammaliante, carismatica, materna, dolce, avvolgente, coinvolgente, travolgente, era anche una grande chantosa che riusciva anche a diventare una madonna. Una grande maestra. Lei era Dante al femminile, una donna rock: Beatles e Rolling Stones insieme. Ci si poteva innamorare del suo sguardo e della sua voce, la sua poesia, poi, riusciva a sedurre la ragione". Come ti raccontava l'esperienza di crescere delle figlie, del vivere la maternità, con tutti gli ostacoli e con le interferenze venute dall'esterno? "Lei mi diceva sempre che i figli hanno pagato per lei. Le sue figlie sono cresciute da sole, ma lei non le ha mai abbandonate nemmeno col pensiero. E durante i funerali vederle tutte insieme è stata la commozione più forte". Il vostro rapporto su cosa si basava? “Cosimo, io e te siamo amici di pietà nascoste”, questo è uno dei versi della poesia che mi ha dedicato i primi di settembre, forse è l'ultima poesia che Alda ha scritto, o meglio dettato al telefono, perché non scriveva più, ma dettava solamente. E' stato un grande incontro artistico che poi è diventato un grande affetto, fatto di parole ed emozioni. Forse, per me, un vero innamoramento". Come parlava dell'esperienza della privazione della libertà... "Alda è stata sempre libera, una grande anarchica, la sua libertà era il pensiero. La poesia non la puoi sedare, è un dono di Dio. La vera privazione è stata quella dei figli e l'incomprensione di suo marito che l'ha spinta in manicomio". E dell'esperienza dell'elettroshock come parlava? Fu una terapia in grado di aiutarla? "Ti rispondo con una sua poesia presente nel mio film: “Elettroshock. Credo che l'elettroshock sia uno scandalo contro la poesia in quanto converte il merito personale in assurdi cerchi di ribellione e credo altresì che tutto venga sconfitto e preso a prestito di avventure personali di certi medici e paramedici che usano la contrattura dell'anima per definire un discorso amoroso e di linguaggio che solo appartiene alla matematica pura, di solito chiamano l'elettroshock “destino”. Si definiva la pazza della porta accanto... Ma cosa voleva sottolineare con queste parole?... "L'indifferenza della gente. Immaginate una persona che fa 15 anni di galera perché accusato di omicidio e poi si scopre innocente. La gente lo vedrà sempre come omicida! Lei, quindi per il suo trascorso in manicomio si de...
Monica Mazzei
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