
Il conto alla rovescia è ormai agli sgoccioli: domani, giovedì 11 giugno, prenderà ufficialmente il via il Campionato mondiale di calcio del 2026, ospitato congiuntamente da Stati Uniti, Canada e Messico. Un evento capace, come sempre, di unire milioni di appassionati in tutto il mondo. Ma come si vive l’attesa in California, luogo che farà da cornice a diversi incontri del torneo? Per scoprirlo abbiamo raccolto le testimonianze di alcuni ticinesi emigrati negli Stati Uniti che ci hanno raccontato un entusiasmo fatto non solo di sport, ma anche di appartenenza e memoria.
Nel nord della California
Nel nord della California, la comunità svizzera si è già organizzata. Carla Twitchell-Pincini, presidente di Pro Ticino California del Nord, descrive un calendario ricco di momenti di condivisione. Il 13 giugno, giorno in cui la selezione elvetica farà il suo debutto, molti sostenitori raggiungeranno lo stadio, mentre altri seguiranno l’incontro insieme, davanti ad uno schermo. In entrambi i casi, ci spiega Carla, lo spirito sarà lo stesso: sostenere i colori rossocrociati. «In occasione dei Mondiali diversi gruppi elvetici si riuniranno a Sacramento e a Mountain View, proprio nelle vicinanze dello stadio di San Francisco, dove la Svizzera sfiderà il Qatar nella sua prima partita del torneo. Inoltre, venerdì 12 giugno abbiamo in programma una festa allo Swiss Park di Newark. È un modo per accogliere i tifosi in arrivo dalla Svizzera».
Per Carla, originaria della Vallemaggia, l’emozione è particolarmente forte: «Sapere che la Svizzera giocherà qui vicino è qualcosa di speciale. Anche chi è nato in California da genitori emigrati, ovvero la maggior parte di noi, sente ancora un forte legame con le proprie radici».
Accanto all’entusiasmo, non mancano però le critiche: «L’organizzazione del torneo ha acceso molte polemiche, soprattutto per i costi elevati dei biglietti. Purtroppo, sarà difficile poter assistere dal vivo ad un incontro».
Nel sud della California
Anche nel sud della California il clima è vivace. Luciana Chapman-Galimberti, presidente di Pro Ticino California del Sud, racconta di un crescente interesse mediatico e di numerose iniziative locali: «Si respira entusiasmo. Ogni giorno leggo articoli sul Mondiale, è una distrazione che ci fa bene».
A Los Angeles sarà un bar ad accogliere diversi gruppi svizzeri per seguire insieme le partite, soprattutto quando a scendere in campo sarà proprio la selezione di Murat Yakin. Un’occasione per ritrovarsi, tifare e rafforzare un senso di appartenenza condiviso.
Luciana, originaria di Chiasso e residente negli Stati Uniti da oltre cinquant’anni, rappresenta bene la complessità dell’identità di chi ha deciso di emigrare: «Non saprei dire se mi sento più svizzera o statunitense. Dipende dai momenti. È una sensazione comune a chi vive da tanti anni lontano dal proprio paese: non siamo né carne, né pesce. Tante volte ci sentiamo in un modo, altre volte ci percepiamo in un altro».
Un sentimento sospeso tra due mondi che talvolta si manifesta anche attraverso il desiderio di ritornare alle origini: «Sono molto attaccata alla Svizzera. Ora che sono in pensione penso spesso che sarebbe bello tornare a vivere nel luogo in cui sono nata, ma i miei figli e nipoti ormai sono qui. In ogni caso faccio visita con regolarità ad amici e parenti rimasti in Ticino, quest’anno partirò per la Svizzera il 14 giugno e sarò di ritorno in California il 2 luglio. Perderò parte del torneo, è vero, ma ad entusiasmarmi di più sono sempre state le ultime partite, quelle decisive».
Eppure, nonostante le difficoltà nel definirsi, Luciana di fronte ad una possibile finale tra Stati Uniti e Svizzera non ha dubbi: «Ovviamente tiferei per la Svizzera. Hopp Suisse!».
Guardia del corpo di Breel Embolo
È proprio la signora Chapman, nel corso della nostra conversazione, ad indirizzarci verso Randy Danner, luganese di origine, ma residente a Los Angeles da diversi decenni. Da sempre appassionato di sport, Randy nel 1983 si avvicina al football americano grazie ai Lugano Seagulls, prima squadra a praticare questa disciplina in Svizzera. Un colpo di fulmine per Randy che, seguendo la sua passione per lo sport conosciuto sulle rive del Ceresio, inizia a viaggiare per il mondo, fino ad approdare negli Stati Uniti per la prima volta nel 1987.
Qualche anno più tardi Randy si trasferisce stabilmente in America dove continua a praticare football, mentre nel 1992 scopre il mondo del cinema. Sui set hollywoodiani il ticinese muove i primi passi, lavorando come controfigura. All’inizio del nuovo millennio Randy cambia rotta e inizia una nuova carriera come autista e bodyguard, ambito che lo porta a diretto contatto con personaggi del calibro di Ben Kingsley o Clint Eastwood. È proprio nel ruolo di guardia del corpo che Randy, qualche giorno fa, conosce personalmente Breel Embolo (giunto negli Stati Uniti a posteriori rispetto alla squadra per problemi legati al visto), scortandolo dall’aeroporto fino a San Diego.
Il racconto di Randy si unisce a quelli di Carla e Luciana per dare voce ai ticinesi e agli svizzeri adottati dalla California. Una comunità che si prepara a vivere da vicino i Mondiali 2026 con il desiderio di sentirsi, anche se a migliaia di chilometri di distanza, un po’ più vicina a casa.

