
La Galleria La Colomba di Lugano inaugura la stagione espositiva 2011 con una mostra personale di Giuseppe Bolzani, dal titolo Annotazioni minime o zone di imperfetta scrittura. L’esposizione è un omaggio a un artista che ha segnato in modo decisivo il panorama artistico ticinese.Paolo Blendinger, curatore del catalogo, spiega: Se consideriamo Giuseppe Bolzani come uno degli esponenti storici dell’informale in Ticino, cioè appartenente a quel ristretto novero di artisti della regione attivo nell’ambito di questa sintassi stilistica fin dai tardi anni ’50, assieme a figure come Edmondo Dobrzanski, Massimo Cavalli, o… un Sergio Emery, bisogna pur porre qualche distinguo.In primo luogo gli artisti citati non presentano un quadro omogeneo, non formano un gruppo unitario, espressione di una ricerca portata avanti in comune sulle solide basi di un retroterra culturale assestato. Questo quadro variegato è determinato, da una parte, dalla condizione culturale del Cantone nel dopoguerra con le sue aperture inedite dopo un quindicennio di quel ridotto culturale, di quella chiusura verso l’esterno che le era stata imposta dall’autarchia fascista a sud e dalle barriere, non solo linguistiche, a nord, un lungo periodo in cui spasmodicamente e in modo artificiale si era ricercata un’identità culturale più presunta che reale che fu tuttavia sentita come vitale. Dall’altra parte questa frammentazione era marcata dalle origini, e dai riferimenti culturali assai differenti, fors’anche divergenti, dei suoi protagonisti, in cui un Dobrzanski con le sue attenzioni nordiche, ampiamente indagate nella recente retrospettiva locarnese del 2008 - si pensi anche solo alle attenzioni dell’autore ad artisti quali un Georges Rouault, un Chaim Soutine o a figure svizzere come Johann Robert Schürch – era posto in un contesto altro rispetto ad un Cavalli che invece s’innestava su una cultura prettamente lombarda in cui, nel caso specifico, la figura di Ennio Morlotti rappresentava l’ineluttabile modello pittorico. Ci rendiamo conto di questa dispersione del linguaggio, delle attenzioni e delle ricerche formative distanti nel momento in cui poniamo il confronto con quella nuova generazione d’artisti di tendenza informale che si presenterà sul finire degli anni ’60 e che risponde ai nomi di un Renzo Ferrari o di un Cesare Lucchini, e a distanza di pochi anni di un Samuele Gabai, artisti che daranno vita a un contesto assai più unitario, se vogliamo, anche più conformista, pur nella netta varietà delle loro indagini e personalità.Nel contesto qui accennato la figura di Giuseppe Bolzani, che per oltre un decennio dalla fine dei suoi studi all’Accademia di Brera, dove si era diplomato nel 1947, si è mosso, sorretto dal suo grande talento di disegnatore, sul piano di una ricerca formale che spazia tra esempi della figurazione italiana, dove persino l’approccio sociale ha un ruolo, e dell’école de Paris con le sue svariate declinazioni postcubiste. Tale ricerca trova a cavallo degli anni ‘60 la sua definitiva declinazione stilistica. In essa certamente l’attenzione all’indagine realistica, componente essenziale della cultura lombarda, si combina, in modo del tutto personale, con un preciso e alto riferimento culturale francese. Spieghiamoci meglio: Bolzani sta a Paul Cézanne come Morlotti sta agli impasti grumosi delle Ninfee di Claude Monet. Questi due modelli restano, a mio giudizio, le matrici fondamentali da cui deriva gran parte della pittura informale europea. Essi ci offrono, fra l’altro, la chiave di lettura dell’oscillazione della sintassi informale, fra il disegno vibrante dell’esempio cézanniano, come vera e propria architettura della superficie pittorica, e conseguentemente dell’impatto segnico, con le apposizioni materiche dense e suggestionanti dell’alchimia coloristica monettiana. L’ambito offerto da queste soluzioni, tra la presa di coscienza, che ha una componente analitica e l’urgenza espressiva, al limite dell’eviscerazione espressionista, è assai ampio
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