
Ad un anno dal furto di quattro capolavori dell'arte impressionista dal museo della Collezione E.G. Bührle di Zurigo, gli inquirenti seguono una pista. Tracce di DNA fanno pensare ad un collegamento con scassinatori che hanno messo a segno furti in gioiellerie utilizzando delle vetture come ariete. La notizia, diffusa ieri sera dalla rubrica d'informazione "10 vor 10" della tv svizzerotedesca SF, è stata confermata dal procuratore resonsabile dell'inchiesta, che per non intralciare le indagini non ha voluto fornire ulteriori particolari. Il 10 febbraio 2008 tre individui mascherati ed armati erano entrati nel museo, situato in una villa in riva al lago di Zurigo, e si erano impossessati di quattro preziose tele. Due delle quattro opere - "Campo di papaveri a Vétheuil" di Claude Monet e "Ramo di castagno in fiore" di Vincent van Gogh, di un valore complessivo stimato a 70 milioni di franchi - erano stati ritrovati pochi giorni dopo la rapina in una vettura parcheggiata a 500 metri in linea d'aria dal luogo del furto. Non si hanno invece ancora tracce degli altri due quadri, "Ludovic Lepic e le sue figlie" di Edgar Degas, del valore di 10 milioni di franchi, ma soprattutto "Il ragazzo con il panciotto rosso" di Paul Cézanne, la più preziosa tela dell'intera collezione creata dal commerciante d'armi Emil Georg Bührle (1850-1956), stimata a 100 milioni di franchi. Si tratta di due quadri che per la loro notorietà sono considerati invendibili. A Zurigo la serie di rapine in gioiellerie messe a segno con le "auto-ariete" è terminata dopo l'introduzione di misure come la posa di massi e paracarri estraibili davanti alle vetrine. Esperti interpellati da "10 vor 10" ritengono possibile che la spettacolare rapina nel museo Bührle sia stata messa a segno da malviventi che non avevano idee chiare su cosa fare del bottino. ATS
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