
In Zimbabwe, a scrutinio quasi ultimato, si conferma un lieve vantaggio dell'opposizione per il parlamento. Finora ha vinto 96 seggi - compresi i cinque di un suo gruppo dissidente - dei 210 seggi in palio; 93 quelli al partito al potere. Per le presidenziali è scontato il secondo turno. Non ci sono ancora dati ufficiali, ma fonti indipendenti segnalano che nessuno dei due principali candidati - il leader storico dell'opposizione Morgan Tsvangirai, in vantaggio con circa il 48,3 per cento dei voti; e Robert Mugabe, al potere dall'indipendenza del Paese (1980), accreditato del 43,3% - può raggiungere il 50,1% che occorre per passare al primo turno. C'è poi la terza forza, quella di Simba Makoni, già ministro di Mugabe, candidato d'opposizione, che ha l'8,3%. Se i suoi voti, come nelle attese, si rovesceranno su Tsvangirai, dovrebbero garantirgli la vittoria. Ma lo scenario è più complesso, con due variabili importanti. Le voci insistenti - diffuse anche da Washington - di discussioni in corso tra le parti per un trapasso indolore: Mugabe, in cambio di un qualche tipo di salvacondotto lascerebbe in tempi brevi, prima del nuovo voto, il potere a Tsvangirai. Ipotesi però risolutamente smentita dalle parti. Il rischio che sembra avvertirsi nell'aria è quindi che le forze di sicurezza ed i miliziani di Mugabe inneschino una spirale di violenze ed intimidazione. ATS
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