

Lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, emiro del Qatar, ha parlato oggi al telefono con Donald Trump in merito alla «rapida escalation delle tensioni nella regione» e ha chiesto una de-escalation. Lo riporta il Guardian. I due leader hanno discusso di sicurezza marittima internazionale e della stabilità dei mercati energetici e delle catene di approvvigionamento globali, nel contesto dei blocchi contrapposti dello stretto di Hormuz, un'area di fondamentale importanza. «Sua Altezza ha inoltre sottolineato l'importanza di intensificare gli sforzi internazionali per evitare un'ulteriore escalation nella regione», si legge nella dichiarazione del Qatar. L'emiro ha inoltre sottolineato la necessità di ricorrere a mezzi diplomatici per preservare la sicurezza e la stabilità regionali e globali.
L'Iran potrebbe valutare la possibilità di consentire alle navi di navigare liberamente attraverso il lato omanita dello Stretto di Hormuz senza rischio di attacchi, nell'ambito delle proposte avanzate nei negoziati con gli Stati Uniti, qualora si raggiungesse un accordo: lo scrive l'agenzia di stampa britannica Reuters in un'esclusiva sul proprio sito, citando una fonte iraniana.
Sullo sfondo dei negoziati per un cessate il fuoco tra Israele e Libano, secondo fonti militari riportate dal sito di informazioni israeliano Ynet, l'esercito dello Stato ebraico (Idf) ha definito tre condizioni principali per un accordo con il Libano: la creazione di una zona cuscinetto nel Libano meridionale fino al fiume Litani, libera dalla presenza dell'organizzazione paramilitare islamista sciita e antisionista Hezbollah; il mantenimento della piena libertà di azione militare per eliminare le minacce, anche se provenienti da nord del Litani; e l'avvio di un processo a lungo termine per il disarmo dell'organizzazione, sotto la supervisione americana.
Al momento, l'esercito continua a operare nel Libano meridionale, «via terra, aria e mare», ha confermato il portavoce dell'Idf Effie Defrin in una conferenza stampa, rispondendo a domande di giornalisti sulla possibilità del raggiungimento di un cessate il fuoco in Libano. «Seguiamo le indicazioni del rango politico», ha aggiunto.
La guerra con l'Iran è «quasi finita» e un accordo entro la fine del mese è «possibile»: parola del presidente statunitense Donald Trump che, pur mostrando ancora una volta ottimismo sull'esito dei negoziati con Teheran in vista della scadenza della tregua il prossimo 21 aprile, non sembra voler mollare la presa. Ha infatti deciso di inviare altri 10'000 soldati nell'area, una mossa per aumentare ancora di più la pressione sulla Repubblica islamica e spingerla verso un'intesa in tempi stretti.
I contatti fra Washington e Teheran tramite i mediatori al momento proseguono serrati e si sta lavorando a un'estensione del cessate il fuoco di due settimane per dare alla diplomazia una chance di successo. Un nuovo round di colloqui potrebbe tenersi la prossima settimana. I dettagli sono ancora in via di definizione: né una data né una località sono ancora state scelte.
È possibile che Islamabad, in Pakistan, sia nuovamente la sede dei negoziati, non prima però del 18 aprile. Fino ad allora, infatti, il premier pachistano Shehbaz Sharif sarà in viaggio fra l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia per uno «scambio di vedute» sulla situazione. Islamabad ha anche inviato il suo ministro degli interni Mohsin Naqvi e il capo delle forze armate Asim Munir - più volte definito da Trump come il suo «preferito» - a Teheran per recapitare un messaggio degli Stati Uniti e cercare di organizzare il nuovo incontro, al quale gli Stati Uniti si dovrebbero presentare ancora una volta con il vicepresidente James David Vance (conosciuto come J.D. Vance) e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. I nodi da sciogliere restano comunque gli stessi: il programma nucleare iraniano e la navigazione nello Stretto di Hormuz.
Le trattative degli ultimi giorni lasciano ben sperare, quantomeno in un avvicinamento delle posizioni. «L'Iran non cerca la guerra o l'instabilità» e sostiene un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, ma non si lascerà «costringere alla sottomissione», ha chiarito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. «Credo che vogliano raggiungere un accordo a tutti i costi», ha insistito Trump, tornando a parlare di un Iran annientato dalle forze americane. «Li abbiamo pestati pesantemente» e «se ce ne andassimo ora, avrebbero bisogno di 20 anni per la ricostruzione», ha aggiunto il presidente americano.
Nella tela diplomatica per cercare di risolvere un conflitto che rischia di far scivolare l'economia mondiale in recessione, anche la Cina continua a essere impegnata in prima linea. Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Aragchi, ha sentito il suo omologo cinese Wang Yi, con il quale si è intrattenuto sui progressi nelle trattative. «Sosteniamo lo slancio dei negoziati», ha fatto sapere Pechino, smentendo seccamente di sostenere l'Iran dal punto di vista militare. «Xi mi ha detto che non stanno fornendo armi a Teheran», ha assicurato Trump, raccontando di aver scritto al presidente cinese per chiedere spiegazioni sulle indiscrezioni in circolazione e di aver ricevuto in risposta una lettera in cui «essenzialmente» diceva che non lo stava facendo. «Mi darà un grande abbraccio fra qualche settimana», ha poi aggiunto riferendosi alla sua prossima visita in Cina.
Trump sembra voler chiudere il conflitto con l'Iran rapidamente: fra il crollo dei sondaggi, le crescenti difficoltà dei repubblicani e le critiche di parte della sua base del movimento Make America Great Again (MAGA, in italiano rendiamo l'America di nuovo grande), il comandante in capo sa di essersi esposto a molti rischi e che è arrivato il momento di voltare pagina. Il pericolo è che anche il suo partito possa definitivamente ribellarsi alla guerra. La legge prevede infatti che un presidente ottenga il via libera del Congresso se l'operazione militare dura più di 60 giorni, e molti conservatori hanno già detto che Trump dovrà rispettarla. La scadenza è alla fine del mese. Non è escluso, comunque, che l'inquilino della Casa Bianca voglia chiudere il dossier dell'Iran per occuparsi di un'altra delle sue priorità: Cuba. Il Pentagono starebbe già elaborando piani militari per l'isola così da essere pronto se il comandante in capo decidesse di procedere.
L'esercito israeliano ha ricevuto l'ordine di uccidere qualsiasi combattente dell'organizzazione paramilitare islamista sciita e antisionista Hezbollah nell'area del Libano meridionale che si estende dal confine israelo-libanese fino al fiume Litani, che scorre circa 30 chilometri a nord, secondo una dichiarazione militare rilasciata oggi.
«Ho dato l'ordine di trasformare l'area del Libano meridionale fino al Litani in una zona di fuoco letale per qualsiasi terrorista di Hezbollah», si legge nel comunicato, citando il tenente generale Eyal Zamir, capo di stato maggiore dell'esercito, durante una visita alle truppe israeliane schierate in territorio libanese.
Su indicazione del ministro degli esteri egiziano Badr Abelatty, impegnato in colloqui a Washington, il viceministro degli esteri, Nazih El-Nagari, ha partecipato a una riunione di alti funzionari egiziani, sauditi, pakistani e turchi a Islamabad (Pakistan).
L'incontro - riferisce una nota egiziana - si è concentrato sull'evoluzione della situazione regionale e sulle modalità per affrontarla al fine di ripristinare la stabilità. I partecipanti hanno sottolineato la necessità di garantire la sicurezza e la stabilità sulla base dei principi internazionali che rispettano la sovranità, l'unità e l'integrità territoriale degli Stati, la non ingerenza nei loro affari interni e il diritto dei popoli all'autodeterminazione.
Il vice primo ministro e ministro degli esteri del Pakistan, Muhammad Ishaq Dar, ha ricevuto gli alti funzionari dei quattro paesi e ha discusso con loro dell'evoluzione della situazione regionale, sottolineando gli sforzi del Pakistan per allentare le tensioni tra Stati Uniti e Iran. Ha inoltre discusso con i rappresentanti di Egitto, Arabia Saudita e Turchia le modalità per portare avanti un processo che porti a una riduzione delle tensioni, al controllo della situazione e al ripristino della sicurezza e della stabilità nella regione.
La televisione di stato iraniana ha annunciato che Teheran accoglierà oggi una delegazione pakistana guidata dal capo dell'esercito Asim Munir, dopo che la Repubblica islamica ha confermato la ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti tramite il Pakistan, a seguito del fallimento dei negoziati a Islamabad per porre fine alla guerra. Lo riporta il Guardian.
La televisione di stato ha riferito che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accoglierà la delegazione, che porterà un nuovo messaggio da Washington dopo i negoziati tenutisi nella capitale pakistana nel fine settimana.
«Una proposta di cessate il fuoco è stata presentata su richiesta degli Stati Uniti, ma il fuoco non si fermerà finché Hezbollah continuerà a sparare». È il commento di una 'fonte israeliana' riportato dall'emittente Kan 11 in risposta a quanto pubblicato dalla tv libanese Al-Mayadeen, che cita un funzionario iraniano secondo cui un cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele inizierà questa notte per una settimana. Questa sera è prevista una riunione del gabinetto di sicurezza israeliano.
Una delegazione israeliana di alto livello è arrivata al Cairo mercoledì pomeriggio a bordo di un aereo privato proveniente da Tel Aviv per una breve visita in Egitto. La visita, della durata di poche ore - informa una fonte dell'aeroporto - ha lo scopo di esaminare gli ultimi sviluppi nella Striscia di Gaza alla luce del piano del Presidente Trump. La delegazione israeliana, composta da quattro alti funzionari, incontrerà diverse personalità e figure di spicco durante il suo breve soggiorno in Egitto. «Esamineranno - aggiunge la fonte - gli ultimi sviluppi nella Striscia di Gaza alla luce del piano del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la Striscia di Gaza, le attività del Consiglio di Pace e le questioni relative all'amministrazione della Striscia di Gaza».
Gli Stati Uniti e l'Iran si sono accordati in linea di principio per un nuovo incontro ma non è stata decisa né la data né il posto in cui vedersi. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali i mediatori stanno spingendo per un'estensione del cessate il fuoco.
«Qualsiasi mossa o interferenza nello stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione». L'ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, in risposta al recente piano dei Paesi europei di formare una coalizione per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, dopo la guerra. «La sicurezza dello stretto di Hormuz è garantita dall'Iran da decenni e, con l'aiuto degli Stati regionali, l'Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l'attuale guerra», ha aggiunto, citato dall'agenzia Isna.
L'Iran, ha aggiunto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, intrattiene rapporti diplomatici con gli Stati europei e, quando necessario, mantiene colloqui e contatti con loro, ma «l'Iran considererà sempre errata la posizione dei funzionari tedeschi nei confronti del Paese».
L'esercito iraniano avverte che bloccherà il Mar Rosso se il blocco navale statunitense dovesse continuare. Inoltre, i militari di Teheran hanno sottolineato che il blocco navale americano porterà alla rottura del cessate il fuoco.
L'Iran ha minacciato di bloccare il Mar Rosso, che non confina con la Repubblica islamica, se il blocco statunitense dei suoi porti dovesse continuare, sostenendo che ciò potrebbe portare a una violazione del cessate il fuoco.
Se gli Stati Uniti manterranno il blocco marittimo e «creeranno insicurezza per le navi mercantili e le petroliere iraniane», ciò costituirà «il preludio» a una violazione del cessate il fuoco in vigore dall'8 aprile, ha dichiarato il generale Ali Abdollahi, capo del comando delle forze armate iraniane.
Questi ha anche sottolineato che «l'Iran non permetterà alcuna esportazione o importazione di petrolio nel Golfo persico e nel Mare dell'Oman se gli Stati Uniti, paese terrorista e aggressore, continueranno con i loro atti illegali di blocco nella regione».
JD Vance invoca la Seconda Guerra Mondiale per difendere i bombardamenti americani all'Iran dalle critiche del Papa. Il vicepresidente cattolico - riporta il «New York Times» - ha spiegato che il Pontefice ha sbagliato nel dire che i discepoli di Cristo non sono «mai dalla parte di chi un tempo brandiva la spada e oggi sgancia bombe. Dio era dalla parte degli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti? Credo certamente che la risposta sia sì», ha messo in evidenza Vance.
«Come il vicepresidente americano è cauto sulle questioni di politica, anche il Papa dovrebbe essere cauto quando parla di teologia», ha aggiunto Vance, parlando ad un evento promosso da Turning Point USA.
«Ho molto rispetto per il Papa. Mi piace. Lo ammiro, ho avuto modo di conoscerlo un po'», ha aggiunto il vicepresidente. «Non mi disturba quando interviene sulle questioni di attualità, francamente neanche quando non sono d'accordo con lui nel modo in cui applica un determinato principio», ha spiegato ancora prima di essere interrotto da qualcuno del pubblico che ha gridato «Gesù non sostiene il genocidio», in un apparente riferimento alla guerra di Israele a Gaza. «Sono d'accordo, Gesù Cristo certamente non sostiene il genocidio», ha messo in evidenza.
Intanto il presidente statunitense Donald Trump continua a provocare ripubblicando un post con una foto che lo ritrae accanto a Gesù, che lo abbraccia mentre lui poggia la sua testa su quella del messia. Dietro a loro una bandiera americana che si sfuma in una luce abbagliante. «Ai folli della sinistra radicale potrebbe non piacere, ma io penso che sia piuttosto carino!», ha scritto il presidente statunitense su Truth. La didascalia del post di un account che si chiama 'Irish for Trump' dice: «Non mi sorprende che con tutti questi mostri satanici, assassini di bambini, Dio si giochi la carta Trump».
Il ministero degli esteri di Islamabad ha annunciato che il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif partirà oggi per una visita ufficiale in Arabia Saudita, in seguito visitarà anche il Qatar e la Turchia. L'annuncio arriva mentre Islamabad continua a tentare di svolgere un ruolo di mediatore tra USA e Iran anche alla luce di un possibile secondo round di colloqui.
«Il primo ministro Muhammad Shehbaz Sharif effettuerà visite ufficiali nel Regno dell'Arabia Saudita, nello Stato del Qatar e nella Repubblica di Turchia dal 15 al 18 aprile 2026», ha dichiarato il ministero degli esteri pachistano.
Durante le sue visite in Arabia Saudita e Qatar, il primo ministro terrà incontri bilaterali con i rispettivi leader per discutere di cooperazione, pace e sicurezza regionale.
In Turchia, Sharif parteciperà al Quinto Forum diplomatico di Antalya, dove interverrà a un panel di leader e presenterà la prospettiva del Pakistan sulle questioni globali. A margine dell'evento, è previsto un incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e altri leader mondiali.
La delegazione che accompagna Sharif comprende il vice primo ministro e ministro degli esteri Ishaq Dar, il ministro dell'informazione Attaullah Tarar e l'assistente speciale Syed Tariq Fatemi, insieme ad altri alti funzionari.
Una delegazione pakistana è attesa a Teheran oggi. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri Esmaeil Baghaei.
Questi ha anche detto che i contatti tra l'Iran e gli Stati Uniti proseguono dai colloqui di Islamabad, con uno scambio di messaggi attraverso il Pakistan. «Lo scambio di messaggi tra Iran e Stati Uniti tramite il Pakistan è in corso», ha affermato il portavoce del ministero degli esteri, aggiungendo che «dal giorno del ritorno della delegazione iraniana, sono stati scambiati numerosi messaggi».
La visita della delegazione pakistana, che con ogni probabilità avverrà oggi, si inserisce nel quadro dei recenti negoziati tra Iran e Stati Uniti a Islamabad e dei colloqui tra Pakistan e Stati Uniti.
Baghaei ha aggiunto, secondo l'agenzia di stampa IRNA, che le posizioni dell'Iran sono state chiaramente comunicate anche agli Stati Uniti.
I mediatori si sono avvicinati alla proroga del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e alla ripresa dei negoziati per salvare la fragile tregua prima della sua scadenza la prossima settimana: secondo funzionari regionali citati dall'Associated Press, Stati Uniti e Iran avrebbero raggiunto un «accordo di principio» per prorogarlo e consentire un maggiore impegno diplomatico.
Axios, che cita un funzionario americano, afferma invece che «gli Stati Uniti non hanno accettato di prolungare il cessate il fuoco. Ci sono contatti in corso fra Gli Stati Uniti e l'Iran per raggiungere un accordo».
Il Pentagono invierà altre migliaia di soldati in Medio Oriente nei prossimi giorni, mentre l'amministrazione Trump cerca di fare pressione sull'Iran per un accordo che metta fine al conflitto. Lo scrive il «Washington Post» citando funzionari americani.
Le forze in arrivo nella regione includono circa 6.000 soldati a bordo della portaerei USS George H.W. Bush e diverse navi da guerra di scorta, hanno dichiarato funzionari attuali ed ex che hanno parlato sotto anonimato. Altri 4.200 soldati, appartenenti al Boxer Amphibious Ready Group e alla task force dei Marines imbarcata, l'11th Marine Expeditionary Unit, dovrebbero arrivare a fine mese.
I rinforzi militari dovrebbero unirsi alle navi da guerra già presenti in Medio Oriente proprio mentre si avvicina la scadenza del cessate il fuoco di due settimane, il 22 aprile. Le truppe si aggiungeranno ai circa 50.000 militari che, secondo il Pentagono, sono impegnati nelle operazioni contro l'Iran.
L'arrivo di ulteriori navi da guerra americane eserciterà una pressione ancora maggiore sull'Iran e fornirà all'ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando centrale degli Stati Uniti, e ad altri alti ufficiali militari maggiori opzioni nel caso in cui i negoziati fallissero, ha detto al quotidiano statunitense James Foggo, ammiraglio della Marina in pensione e decano del Center for Maritime Strategy nella Virginia settentrionale.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato oggi che Teheran sostiene un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, ma non si lascerà «costringere alla sottomissione». Lo riporta Iran International, media di opposizione basato a Londra.
«L'Iran non cerca la guerra o l'instabilità e ha sempre dato importanza al dialogo e al confronto costruttivo con gli altri paesi», ha affermato durante una visita a un centro dei servizi di emergenza a Teheran. «Qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà o di costringere il paese alla sottomissione è destinato al fallimento», ha aggiunto. «L'Iran non accetterà mai un simile approccio», ha sottolineato Pezeshkian.
Secondo l'agenzia di stampa IRNA, il presidente ha sottolineato che gli attacchi contro i paesi del mondo sono contrari ai principi internazionali riconosciuti. «Per quale crimine e con quale autorizzazione sono stati perpetrati gli attacchi contro il nostro paese? Quale giustificazione ha, nell'ambito del diritto internazionale e dei principi umanitari, il colpire i civili e i centri vitali?», ha chiesto Pezeshkian.
Il ministero degli esteri di Islamabad ha annunciato che il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif partirà oggi per una visita ufficiale in Arabia Saudita, in seguito visitarà anche il Qatar e la Turchia. L'annuncio arriva mentre Islamabad continua a tentare di svolgere un ruolo di mediatore tra USA e Iran anche alla luce di un possibile secondo round di colloqui.
«Il primo ministro Muhammad Shehbaz Sharif effettuerà visite ufficiali nel Regno dell'Arabia Saudita, nello Stato del Qatar e nella Repubblica di Turchia dal 15 al 18 aprile 2026», ha dichiarato il ministero degli esteri pachistano.
L'Iran avrebbe acquisito un satellite spia cinese che gli ha fornito capacità di colpire le basi militari statunitensi in tutto il Medio Oriente durante la recente guerra. Lo riporta un'inchiesta del «Financial Times», che ha consultato documenti militari iraniani trapelati i quali dimostrerebbero che il satellite, noto come TEE-01B, è stato acquisito dalla Forza aerospaziale del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica alla fine del 2024, dopo essere stato lanciato nello Spazio dalla Cina.
Elenchi di coordinate con indicazione dell'ora, immagini satellitari e analisi orbitali dimostrano che i comandanti militari iraniani hanno successivamente incaricato il satellite di monitorare siti militari statunitensi chiave. Le immagini sono state scattate a marzo, prima e dopo gli attacchi con droni e missili su quelle località.
Il TEE-01B è stato costruito e lanciato da Earth Eye Co, una società cinese che dichiara di offrire la «consegna in orbita», un modello di esportazione poco conosciuto in base al quale i veicoli spaziali lanciati in Cina vengono trasferiti a clienti esteri dopo aver raggiunto l'orbita.
Secondo il portavoce del ministero degli esteri cinese Lin Jian le notizie dei media che «accusano la Cina di fornire supporto militare all'Iran sono interamente fabbricate». Lin ha aggiunto su X che se gli USA dovessero andare avanti con la loro guerra commerciale contro Pechino, sulla base di queste accuse, «la Cina risponderebbe con contromisure».

