
"AstraZeneca è dispiaciuta di annunciare carenze nelle spedizioni pianificate di vaccini contro il Covid-19 all’Unione europea, nonostante il lavoro instancabile per accelerare le forniture". Suona quasi beffardo l’annuncio ufficiale emesso dal colosso anglo-svedese, a conferma delle indiscrezioni già emerse sulle forniture che per il primo trimestre si fermeranno a trenta milioni di dosi, ovvero meno di un terzo dei suoi obblighi contrattuali.
E mentre nell’Ue continuano a montare i dubbi sulla sicurezza del vaccino e le preoccupazioni di nuovi ridimensionamenti anche per i 180 milioni di sieri promessi da AstraZeneca per il periodo aprile-giugno, sale la tensione con la Commissione europea, che non crede più alle giustificazioni del ceo Pascal Soriot, ed ora valuta tutte le misure a sua disposizione per inchiodare l’azienda alle sue responsabilità.
A partire, ovviamente, da un uso più esteso del meccanismo per il controllo dell’export finora attivato solo dall’Italia di Mario Draghi, che non a caso ieri è tornato a parlare di "decisioni forti" contro le cause farmaceutiche che non rispettano gli impegni.
Ma la vicenda si tinge anche di aspetti kafkiani, con la strana storia di una fabbrica in Olanda che, seppure inclusa tra i quattro stabilimenti produttivi previsti dal contratto tra Bruxelles e AstraZeneca, non ha ancora distribuito una singola fiala, secondo quanto riportato dal Financial Times.
Lo stabilimento di Leida, gestito dal subappaltatore Halix, secondo i piani doveva essere insieme allo stabilimento belga di Seneffe la principale fonte di approvvigionamento del vaccino destinato ai 27, anche perché gli altri due siti produttivi previsti dall’accordo si trovano nel Regno Unito, che l’Ue accusa di aver applicato una politica protezionistica. Ma il sito dei Paesi Bassi - che avrebbe dovuto produrre almeno 5 milioni di dosi al mese - non ha ancora ricevuto il via libera dell’Agenzia europea del farmaco (tenuta ad ispezionare tutte le fabbriche), perché AstraZeneca non ha ancora fornito dati sufficienti.
Insomma, un infernale dedalo burocratico che sta irritando alcune delegazioni dei Paesi Ue, che indicano come di 4 strutture in realtà solo una stia lavorando per rifornire l’Unione.
Se tutti questi mal di testa non fossero sufficienti, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha approfondito un nuovo fronte di scontro all’interno dell’Unione, stavolta sulle disparità nella distribuzione delle dosi, reclutando in appoggio alla sua causa altri quattro leader: il ceco Andrej Babis, lo sloveno Janez Jansa, il bulgaro Bojiko Borisov e il lettone Arturs Krisjanis Karins. I cinque capi di governo sono passati all’azione con una lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, per chiedere la convocazione di un vertice in cui discutere delle diseguaglianze.
"Una distribuzione equa è nell’interesse della solidarietà europea", ha commentato Kurz, informando di aver investito della questione anche il premier portoghese, Antonio Costa, presidente di turno del Consiglio Ue.
Ma la Commissione europea si è voluta sottrarre a questo ennesimo tiro al piccione ed ha pubblicato una dichiarazione in cui si ripercorrono per fila e per segno tutti i passaggi che hanno portato allo scostamento dal principio della distribuzione pro-rata tra i Paesi. Chiosando: "Gli Stati membri hanno aggiunto flessibilità" alla proposta dell’esecutivo. "Starà agli stessi Stati membri trovare un accordo se vogliono tornare al pro-rata".
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