
L'Ucraina completa il viaggio iniziato quasi un anno fa a Maidan con una imminente coalizione filo-occidentale, dopo elezioni parlamentari promosse dall'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), riconosciute a spron battente da Mosca e salutate come una vittoria della democrazia da tutta la comunità internazionale, nonostante un voto monco: ne sono rimasti esclusi circa cinque milioni di elettori, tra la Crimea annessa dalla Russia e le zone occupate dai ribelli filorussi nelle regioni orientali di Lugansk e Donetsk, dove oggi la tregua è stata nuovamente interrotta dai bombardamenti e dalla morte di due soldati. Il treno dei Maidan si ritrova però ora guidato da due leader che dovranno coabitare, dopo l'inatteso testa e testa tra il blocco del presidente Petro Poroshenko, rimasto sotto le attese, e il Fronte popolare del premier Arseni Iatseniuk, che sarà riconfermato dopo aver raddoppiato i consensi della vigilia sorpassando per ora di un soffio il capo dello Stato nel proporzionale: 21,82% contro 21,45% con il 70% delle schede scrutinate. Grazie ai seggi uninominali, Poroshenko dovrebbe diventare il primo partito, con 127 seggi, mentre Iatseniuk si dovrebbe fermare a 80: non avendo la maggioranza semplice di 226 voti, i due leader dovranno formare una maggioranza più ampia, agganciando altri vagoni: quello tutto nuovo di Samopomich (11,12%), quello vecchio di Iulia Timoshenko (Patria, al 5,66%) e quello recente di Svoboda, che però al momento resta sotto la soglia di sbarramento del 5% (4,72%). Le trattative sono già iniziate. Ma a preoccupare è il possibile braccio di ferro tra Poroshenko e Iatseniuk, ritenuti più legati rispettivamente alla Ue e agli Usa, con il primo più disponibile al dialogo con il presidente russo Vladimir Putin e il secondo molto meno. Entrambi, secondo gran parte degli analisti, sono per la pace nel Donbass, ma non concorderebbero sul prezzo da pagare: Poroshenko sarebbe pronto a concessioni territoriali e autonomistiche, Iatseniuk no.
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