
L'euforia per la firma ieri dello storico accordo di pacificazione fra Turchia ed Armenia dopo quasi un secolo di ostilità è durata solo una notte e oggi sono spuntati subito con chiarezza gli ostacoli sulla strada di una definitiva normalizzazione. E' stato lo stesso premier turco Tayyip Erdogan a dar fuoco alle polveri dicendo stamani senza mezzi termini che l'Armenia deve ritirare le proprie truppe dal Nagorno-Karabakh, regione contesa con l'Azerbaijan, se vuole che il Parlamento di Ankara sia più propenso a ratificare i protocolli firmati ieri a Zurigo e quindi riaprire la frontiera. Dura e immediata anche la reazione del governo di Baku che ha condannato l'accordo di Zurigo e ha ammonito su una possibile instabilità nel Caucaso meridionale. Oltre all'enclave cristiana presa all'Azerbaigian, il Parlamento turco e quello armeno si troveranno a discutere anche della quasi secolare questione dei massacri degli armeni avvenuti ai tempi dell'Impero Ottomano, che per Ierevan debbono essere condannati come genocidio (oltre un milione e mezzo di vittime per l'Armenia) mentre per Ankara si trattò di 300-500 mila morti provocati dalla guerra civile. Di questo problema dovrà occuparsene, in base agli accordi firmati ieri, una commissione di esperti. "Noi - ha detto oggi Erdogan parlando ad una riunione del suo Partito Giustizia e Sviluppo (Akp) - presenteremo i protocolli al Parlamento ma l'assemblea dovrà esaminare la situazione in atto fra Azerbaigain ed Armenia per decidere se ratificare gli accordi". Nel 1993 Ankara interruppe i rapporti con Ierevan e chiuse la frontiera con la cristiana Armenia in segno di solidarietà con l'islamico e turcofono Azerbaigian allora in lotta con i separatisti armeni del Nagorno-Karabakh. "Noi stiamo cercando di migliorare le nostre relazioni con l'Armenia, senza però ferire i sentimenti dell'Azerbaigian", ha detto ancora Erdogan. Le parole del premier sono sembrate, oltre che un messaggio alle opposizioni interne che non vogliono fare concessioni di alcun genere all'Armenia, anche una rassicurante risposta al governo di Baku che stamani aveva reagito duramente alla firma di ieri in Svizzera. "La normalizzazione delle relazioni fra Turchia e Armenia, prima del ritiro delle forze armene dai territori azeri occupati é in diretto contrasto con gli interessi nazionali dell'Azerbaigian e getta un'ombra sulle relazioni fraterne fra Azerbaigian e Turchia", ha detto il ministero degli Esteri azero in un suo comunicato. "L'Azerbaigian - conclude duramente il testo - ritiene che l'apertura della frontiera fra Turchia e Armenia rimetta in discussione l'architettura della pace e della stabilità nella regione" del Caucaso, di enorme importanza strategica anche per gli approvvigionamenti energetici. Ma sono momenti difficili anche per il presidente armeno Serge Sarkissian - il quale deve fare i conti non solo con l'opposizione interna ma anche con quella della diaspora - secondo cui il suo paese sta prendendo "decisioni responsabili" nonostante quelle che ha definito "le inguaribili ferite del genocidio". E, seppure a denti stretti, ha dovuto ammettere che "non c'é alternativa all'allacciamento di relazioni con la Turchia senza alcuna precondizione. E' il volere dei tempi". Ankara, come hanno reso noto dalle loro colonne informati commentatori turchi, vuole che l'Armenia ritiri almeno "una parte delle truppe" dal Nagorno-Karabakh per dimostrare la propria buona volontà ed accelerare la riapertura del confine comune, ma il governo di Ierevan non avrebbe ancora accettato la proposta. Così, paradossalmente, Turchia e Armenia potrebbero finire per trovarsi nell'imbarazzante situazione di riallacciare le relazioni diplomatiche senza però riaprire la frontiera. ATS
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