

L'Arabia Saudita ha convocato l'ambasciatore iracheno in seguito alle minacce rivolte al regno tramite droni lanciati dal territorio iracheno. Lo ha dichiarato oggi il ministero degli Esteri saudita, scrive Iran International.
Nel corso di un'intervista a Fox News, il presidente statunitense Donald Trump ha rivendicato uno dei suoi post più controversi contro l'Iran, quello di una settimana fa nel quale che aveva minacciato che «un'intera civiltà morirà stanotte», sostenendo che è stata proprio quella dichiarazione a indurre l'Iran a negoziare.
Il presidente ha inoltre accusato Teheran di aver rilasciato dichiarazioni ben peggiori, quali: «Morte all'America. Morte a Israele. L'America è Satana» per poi ribadire le sue minacce: «Nel giro di mezza giornata non rimarrebbe in piedi nemmeno un ponte, non rimarrebbe in piedi nemmeno una centrale elettrica, tornerebbero all'età della pietra», ha detto Trump.
Le Forze di Difesa Israeliane hanno reso noto che Hezbollah ha lanciato oggi circa 20 razzi dal Libano contro il nord di Israele. I razzi sono stati intercettati o hanno colpito aree aperte, e non si sono registrati feriti. Lo scrive The Times of Israel.
Kirill Dmitriev, inviato speciale del presidente russo per gli investimenti e la cooperazione economica con i paesi stranieri e amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti (Rdif), ha avvertito che il prezzo del petrolio potrebbe superare i 150 dollari al barile già questa settimana.
«Più a lungo lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso - ha scritto su X, ripreso dall'agenzia Tass - più saliranno i prezzi del petrolio e del gas naturale, più grave diventerà la crisi energetica nell'Ue/Regno Unito e più lungo sarà il periodo di ripresa.
Il petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile già questa settimana», ha aggiunto dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l'inizio del blocco dello Stretto di Hormuz.
La guerra di cinque settimane con l'Iran è costata a Israele circa 11,5 miliardi di dollari: lo ha dichiarato oggi il ministero delle Finanze israeliano, fornendo la prima stima del costo che gli israeliani dovranno sostenere per il conflitto. Lo scrive il New York Times.
La maggior parte del denaro, circa 7,2 miliardi di dollari, è stata destinata al finanziamento delle operazioni militari, come le munizioni e il pagamento dei numerosi soldati di riserva richiamati in servizio, ha precisato il ministero. Il resto è servito a risarcire la popolazione per i danni agli edifici, le giornate di lavoro perse e ad aiutare le amministrazioni locali a fornire alloggi migliori, tra le altre spese.
Nei giorni scorsi il Wall Street Journal, citando l'ultima valutazione di Elaine McCusker, un'alta funzionaria del Pentagono responsabile del bilancio durante la prima amministrazione Trump, aveva riferito che la guerra con l'Iran è costata tra i 25 e i 35 miliardi di dollari, con la stima più bassa riguardante i costi sostenuti dagli Stati Uniti e quella più alta i costi sostenuti anche dalle nazioni partner nella regione.
Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno speso circa 13,7 miliardi di dollari in intercettori e 9,7 miliardi di dollari in bombe e missili per colpire obiettivi, si legge nella valutazione. I danni bellici alle infrastrutture statunitensi, come aerei distrutti o danneggiati, sono stimati in 2,6 miliardi di dollari.
L'Organizzazione iraniana di medicina legale ha annunciato oggi di aver identificato 3.375 persone uccise dall'inizio della guerra lanciata il 28 febbraio da Israele e dagli Stati Uniti. «Durante la recente guerra che ci è stata imposta, sono stati identificati i corpi di 3.375 martiri», ha dichiarato Abbas Masjedi, capo dell'organismo affiliato alla magistratura, citato dall'agenzia di stampa ufficiale Irna, aggiungendo che questo bilancio include 2.875 uomini, senza specificare se si trattasse di adulti, bambini o civili.
L'ONG statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana) ha riportato almeno 3.597 morti al 6 aprile, tra cui 1.665 civili, di cui almeno 248 bambini.
«I colloqui non sono falliti. Siamo in una fase di stallo». Lo ha dichiarato il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, che ha ospitato i negoziati di ieri a Islamabad, intervenendo al programma 'Face the Nation' della CBS.
Lo riporta il New York Times nel suo live blog sulla crisi iraniana.
Da parte sua il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, durante una telefonata con il leader russo Vladimir Putin ha dichiarato - secondo quanto riferisce l'agenzia Tass - che l'Iran è pronto a firmare un accordo equo con gli Stati Uniti se questi ultimi si conformeranno alle norme internazionali e rispetteranno le linee rosse di Teheran.
«La Repubblica islamica dell'Iran è pienamente preparata a raggiungere un accordo equilibrato ed equo che garantisca la pace e la sicurezza duratura nella regione. Se gli Stati Uniti si atterranno al quadro giuridico internazionale, un accordo è del tutto possibile», ha affermato, secondo quanto riportato dal suo ufficio stampa.
Un blocco navale è considerato un atto di guerra: lo scrive Katie Rogers, corrispondente dalla Casa Bianca per il New York Times.
«L'imposizione da parte degli Stati Uniti di un blocco nello stretto, con il conseguente controllo delle navi che potrebbero aver pagato un pedaggio per attraversare le acque, avrebbe probabilmente gravi ripercussioni per gli altri Paesi che utilizzano la via navigabile», ha osservato.
«La Gran Bretagna e un paio di altri paesi stanno inviando dei dragamine», nello stretto di Hormuz. Lo ha detto il presidente statunitense Donald Trump in un'intervista a Fox News.
Dopo aver annunciato il blocco navale immediato nello stretto di Hormuz Trump ha precisato che l'operazione potrebbe richiedere «un po' di tempo». Nell'intervista il presidente statunitense ha poi affermato che non ci vorrà «molto» per «ripulire» lo stretto dalle mine.
Trump ha poi ribadito la minaccia all'Iran di distruggere le infrastrutture energetiche iraniane in mancanza di un accordo.
Le Guardie iraniane minacciano di intrappolare i nemici nel «vortice mortale» di Hormuz.
Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che le forze di sicurezza iraniane hanno il pieno controllo dello Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il traffico marittimo, avvertendo che i nemici rimarranno intrappolati nel suo «vortice mortale» in caso di qualsiasi errore di valutazione.
«Tutto il traffico... è sotto il pieno controllo delle forze armate», ha affermato il comando navale delle Guardie in un post in lingua persiana su X, dopo che il presidente Donald Trump ha ordinato il blocco navale statunitense dello Stretto.
«Il nemico rimarrà intrappolato in un vortice mortale nello Stretto se farà la mossa sbagliata», ha aggiunto, pubblicando un video che mostra le navi nel mirino.
I media statali iraniani hanno affermato che il Paese ha schierato forze speciali della Marina lungo la sua costa meridionale, segnalando i preparativi per una potenziale invasione terrestre da parte delle forze statunitensi, dopo il fallimento dei colloqui di pace in Pakistan.
Lo riferisce il Wall Street Journal, secondo cui l'agenzia di stampa statale iraniana Student News Network ha pubblicato immagini di soldati in mimetica schierati vicino a una costa sabbiosa per «contrastare qualsiasi possibile infiltrazione nemica nel territorio del Paese».
Washington ha ordinato l'invio di migliaia di Marines e paracadutisti in Medio Oriente, con ulteriori dispiegamenti previsti dopo l'inizio del cessate il fuoco di due settimane con l'Iran.
Sebbene il presidente Trump non abbia dichiarato di voler inviare truppe di terra, questi dispiegamenti darebbero agli Stati Uniti maggiori opzioni per assalti o incursioni terrestri e hanno innescato i preparativi in Iran, che nelle ultime settimane ha rafforzato le difese aeree, posizionato mine e allestito bunker sulle isole lungo la sua costa.
Il presidente USA Donald Trump ha rilanciato la linea dura contro l'Iran dopo i colloqui di Islamabad, accusando Teheran di non aver mantenuto la promessa di riaprire lo stretto di Hormuz e sostenendo che il vero nodo rimasto irrisolto nei negoziati è il nucleare.
In un lungo messaggio, Trump ha affermato che «l'Iran aveva promesso di aprire lo stretto di Hormuz e consapevolmente non lo ha fatto», aggiungendo che questo ha provocato «ansia, dislocazione e sofferenza a molte persone e a molti Paesi in tutto il mondo».
Il presidente americano ha sostenuto che Teheran afferma di aver collocato mine nelle acque dello stretto, «anche se tutta la loro Marina, e gran parte di coloro che posavano le mine, sono stati completamente distrutti». E ha aggiunto: «Forse lo hanno fatto, ma quale armatore vorrebbe correre il rischio?».
Trump ha parlato di «grande disonore e danno permanente alla reputazione dell'Iran e di ciò che resta dei suoi leader», per poi affermare che a questo punto «siamo andati oltre tutto questo». Ha quindi intimato a Teheran di avviare rapidamente la riapertura della via marittima: «Come avevano promesso, farebbero meglio a iniziare il processo per aprire questa via d'acqua internazionale, e in fretta». Secondo il presidente USA, «stanno violando ogni legge esistente».
Nel messaggio Trump ha anche riferito di essere stato pienamente aggiornato dal vicepresidente USA JD Vance, dall'inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner sull'incontro svoltosi a Islamabad «grazie alla gentile e molto competente leadership» del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. I due leader pakistani, ha scritto, sono «uomini davvero straordinari» e lo ringraziano continuamente per aver salvato «da 30 a 50 milioni di vite» in quella che sarebbe stata «una guerra orrenda con l'India». «Apprezzo sempre sentirlo: la quantità di umanità di cui parlano è incomprensibile», ha aggiunto.
Trump ha poi raccontato che l'incontro con l'Iran «è iniziato presto al mattino ed è andato avanti per tutta la notte», durando «quasi 20 ore». «Potrei entrare molto nei dettagli e parlare di molto di ciò che è stato ottenuto, ma c'è solo una cosa che conta: l'Iran non è disposto a rinunciare alle sue ambizioni nucleari», ha scritto.
Secondo il presidente americano, «per molti aspetti, i punti concordati sono migliori del proseguimento delle nostre operazioni militari fino alla conclusione», ma tutti questi punti «non contano nulla» rispetto al rischio di permettere che «il potere nucleare sia nelle mani di persone così volatili, difficili e imprevedibili».
Trump ha inoltre osservato che i suoi tre rappresentanti, con il passare delle ore, sono diventati «molto amichevoli e rispettosi» nei confronti dei rappresentanti iraniani, cioè Mohammad Bagher Ghalibaf, Abbas Araghchi e Ali Bagheri. Ma, ha aggiunto, questo «non conta», perché la parte iraniana è rimasta «molto inflessibile sulla questione di gran lunga più importante».
Il presidente USA ha infine ribadito quella che ha definito la sua posizione costante, «fin dall'inizio e da molti anni»: «L'Iran non avrà mai un'arma nucleare».
Donald Trump ha annunciato su Truth il blocco «con effetto immediato» di tutte le navi da e per lo stretto di Hormuz dopo il fallimento dei negoziati in Pakistan.
«Ho ordinato alla nostra Marina di individuare e intercettare ogni imbarcazione nelle acque internazionali che abbia versato un pedaggio all'Iran. Nessuno che paghi un pedaggio illegale avrà libero transito in mare», ha dichiarato Trump sul suo social.
«Inizieremo a distruggere le mine che gli iraniani hanno posato nello Stretto. Qualsiasi iraniano che spari contro di noi o contro imbarcazioni pacifiche verrà fatto saltare in aria!», ha aggiunto il tycoon.
«Altri Paesi saranno coinvolti nel blocco navale dello stretto di Hormuz», ha scritto Trump senza precisare quali. «A un certo punto», ha continuato «giungeremo a una condizione in cui a tutti è consentito entrare e a tutti è consentito uscire. Tuttavia, l'Iran ha impedito che ciò accadesse».
«Questa è un'estorsione a livello mondiale e i leader delle nazioni - in particolare quelli degli Stati Uniti - non si lasceranno mai estorcere», ha detto il presidente riferendosi alla minaccia di Teheran di aver piazzato mine nello stretto.
«All'Iran non sarà consentito trarre profitto da questo atto illegale di estorsione», ha aggiunto Trump. «Vogliono denaro e, cosa ancora più importante, vogliono il nucleare. Inoltre, e al momento opportuno, siamo pienamente pronti al fuoco, e le nostre forze armate finiranno quel poco che resta dell'Iran!», ha avvertito il tycoon.
Una bimba di circa un anno e mezzo di età è rimasta uccisa mercoledì scorso in un raid israeliano sul suo villaggio del sud del Libano mentre veniva celebrato il funerale del padre: è la storia riportata oggi, sul proprio sito, dalla Reuters. Nelle stesse circostanze, aggiunge l'agenzia, sono stati uccisi anche altri tre membri della stessa famiglia.
Mercoledì, i famigliari si sono riuniti in casa per celebrare il rito funebre previsto, pensando di poter approfittare di quello che sembrava essere un cessate il fuoco del conflitto tra Israele ed Hezbollah scattato lo scorso 2 marzo, nel quadro dello scenario di guerra in Medio Oriente che coinvolge anche gli USA e l'Iran.
Poche ore prima, infatti, era stato annunciato un accordo per una tregua tra Washington e Teheran, da cui tuttavia il governo israeliano si è poi svincolato rispetto alle operazioni in Libano. Quello stesso giorno, l'IDF ha colpito in massicci raid diverse aree del Paese, provocando oltre 350 vittime. E non ha risparmiato neanche il villaggio Srifa, dove vive questa famiglia.
Oltre alla bimba, riporta la Reuters, nel raid sulla località sono morti anche altri tre membri della medesima famiglia di 26, 39 e 60 anni. La più piccola di queste vittime era nata nel 2024: come riassunto dal nonno materno, che invece è sopravvissuto alla strage, «è nata nella guerra ed è morta nella guerra».
Sul suo caso, l'esercito israeliano ha detto a Reuters che sta analizzando l'accaduto.
Il capo di Stato maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, ha ordinato all’esercito di passare a uno stato di allerta rafforzata e di prepararsi alla possibilità di una rapida ripresa del confronto militare con l’Iran. Stando a quanto spiegato dal portale d'informazione israeliano «Ynet», l’ordine è stato impartito dopo il fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran in Pakistan.
Secondo fonti militari, l’esercito è entrato in una procedura operativa strutturata, simile a quella adottata alla vigilia di precedenti operazioni, denominate «Come un leone» e «Ruggito del leone», accelerando tutti i processi di pianificazione ed esecuzione. In questo contesto è stato ordinato di mantenere un elevato livello di prontezza in tutte le unità, riducendo i tempi di risposta e colmando eventuali lacune operative.
Parallelamente, l’intelligence sta intensificando la costruzione di una banca obiettivi in Iran, con particolare attenzione a target militari, in primo luogo sistemi missilistici e lanciatori, oltre alle infrastrutture di supporto. Secondo fonti informate, si tratta di un aggiornamento accelerato degli obiettivi per garantire maggiore flessibilità operativa e capacità di attacco rapido in caso di decisione politica.
Anche l’aeronautica militare sta lavorando alla definizione di piani d’attacco aggiornati, in coordinamento con il comando operazioni, preparando ampi «pacchetti di attacco» che combinano capacità di profondità, precisione e continuità operativa. La preparazione include esercitazioni su scenari iniziali e la capacità di passare rapidamente dalla pianificazione all’azione.
Sul piano difensivo, le forze armate stanno rafforzando il dispiegamento dei sistemi di difesa aerea e si preparano a scenari di escalation su più fronti, inclusa la possibilità di attacchi simultanei da diverse direzioni. Le misure comprendono anche adattamenti nella protezione civile e un aumento dello stato di allerta su tutti i fronti.
Il conto sulla lunga distanza è tutto da fare, ma soltanto nelle prime due settimane la guerra tra Iran e Stati Uniti ha inquinato come un milione di automobili a benzina e provocato danni climatici superiori a 1,3 miliardi di dollari.
Sono i dati di un'analisi, condotta da ricercatori della Queen Mary University di Londra, della Lancaster University e del Climate and Community Institute, secondo la quale sono state generate oltre 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (CO2): più di quante ne produca l'Islanda in un intero anno.
La ricerca prende in considerazione le emissioni, dirette e indirette, generate tra il 28 febbraio e il 14 marzo. Tra queste sono comprese le operazioni militari, gli attacchi alle infrastrutture e i danni agli impianti petroliferi e ai depositi di carburante.
La ricerca è stata realizzata a partire dalle metodologie già utilizzate per calcolare l'inquinamento atmosferico derivante dalle guerre a Gaza e in Ucraina. Nel caso del conflitto tra Israele e Palestina, come riportato dal Guardian, le emissioni prodotte equivalgono al carbonio assorbito da foreste con un'estensione di 32 milioni di acri: come moltiplicare la Foresta Nera - la più grande di tutta Europa - per circa 22 volte.
La CO2 prodotta corrisponde a 7,6 milioni di macchine a benzina, cifra pari a tutti i veicoli che circolano in Lombardia. Gli scontri in Iran presentano numeri ancora più impressionanti, dimostrando come il costo climatico delle guerre - spesso considerato secondario - sia in realtà calcolabile e di grande impatto.
Tenendo come riferimento i numeri stimati da Climate and Community Institute, la quantità di anidride carbonica equivalente (l'unità di misura dell'impronta carbonica) risulterebbe quadruplicata rispetto alla guerra israelo-palestinese. Lo stesso anche per gli altri dati presi in esame. Se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi per un anno, l'inquinamento prodotto peserebbe come un'economia ad alta intensità di combustibili fossili come il Kuwait, oppure come gli 84 Paesi con le emissioni più basse messe insieme: 131 milioni di tonnellate di CO2.
Il prolungamento del conflitto, tra il ripristino degli arsenali e il possibile coinvolgimento di altri Stati, aggraverebbe il bilancio. Per la ricostruzione di Gaza e del Libano si potrebbero produrre almeno 24 volte più emissioni di quelle generate dalla guerra.
L'Iran deride gli Stati Uniti dopo il fallimento dei colloqui di pace a Islamabad. «Gli Stati Uniti hanno fatto volare il loro vicepresidente dall'altra parte del mondo, fino a Islamabad. 21 ore di colloqui. Hanno chiesto tutto ciò che non sono riusciti a ottenere con la guerra. L'Iran ha detto un GRANDE NO. I colloqui sono finiti. Lo Stretto è ancora chiuso. E il vicepresidente sta tornando a casa a mani vuote» si legge in un post su X dell'ambasciata iraniana in Ghana, in cui si fa riferimento al numero due dell'amministrazione statunitense, JD Vance, che ha guidato la delegazione statunitense in Pakistan. «Solo la parola dell'Iran. Di nuovo. Non hanno più alcuna opzione per salvare la faccia». Dopo lo stop nei colloqui di pace, l'Iran ha intensificato la sua offensiva digitale, utilizzando i social media per deridere la delegazione statunitense. Dall'inizio dei bombardamenti di USA e Israele, le ambasciate iraniane in tutto il mondo hanno utilizzato i loro account per rilanciare commenti estremamente sarcastici contro i rivali del loro Paese.
L'oleodotto che attraversa l'Arabia Saudita da est a ovest, infrastruttura cruciale per l'esportazione di petrolio in circostanze di blocco dello Stretto di Hormuz perché permette al greggio di arrivare alle coste del Mar Rosso, è tornato «in stato di funzionamento» dopo aver subito attacchi: lo hanno annunciato le autorità saudite.
«Le infrastrutture energetiche e l'oleodotto est-ovest danneggiati dagli attacchi sono nuovamente operativi, il che migliora l'affidabilità dell'approvvigionamento», ha dichiarato il Ministero saudita dell'energia, citato dall'agenzia ufficiale SPA. I danni inflitti all'oleodotto avevano causato una «perdita di circa 700'000 barili al giorno di capacità di pompaggio», ha aggiunto.
Il Financial Times aveva riferito che un importante attacco con droni aveva preso di mira mercoledì questa infrastruttura, la Petroline, nonostante l'entrata in vigore di un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Né il governo saudita né il gigante petrolifero statale Aramco, proprietario dell'oleodotto, avevano allora commentato la notizia.
Almeno 11 persone sono rimaste uccise in nuovi raid israeliani nel sud del Libano, cinque delle quali nella località di Qana e altre sei Maaroub, dove è stata presa di mira un'intera famiglia: lo riporta l'agenzia libanese NNA.
La stessa fonte aggiunge che ci sono stati attacchi anche in altre località del Libano meridionale e che, oltre ai morti, si contano pure diversi feriti.
Due «superpetroliere» vuote dirette verso il Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz hanno «fatto marcia indietro all'ultimo minuto» una volta avvicinatisi all'isola iraniana di Larak, proprio mentre i colloqui tra Washington e Teheran in corso a Islamabad venivano dati per falliti: lo riferisce sul suo sito Bloomberg.
Le due navi in questione, una battente bandiera maltese e una battente bandiera pakistana, hanno invertito la loro rotta una volta avvicinatisi a un «checkpoint» controllato da Teheran, secondo dati di tracciamento citati da Bloomberg. Una terza petroliera, battente bandiera liberiana, avrebbe invece proseguito la propria rotta, ma non è chiaro dove si stia dirigendo di preciso.

