

Massicce proteste antigovernative si sono svolte oggi a Tel Aviv e in altre città israeliane contro il governo del primo ministro Benyamin Netanyahu, con i manifestanti che chiedevano le sue dimissioni e la formazione di una commissione d'inchiesta ufficiale sugli eventi del 7 ottobre 2023, secondo quanto riportato dai media israeliani.
Piazza Habima a Tel Aviv è stata il centro principale delle proteste, dove migliaia di persone si sono radunate sotto una forte presenza di polizia, secondo il Times of Israel. I manifestanti hanno scandito slogan che criticavano la gestione da parte del governo dei prigionieri detenuti nella Striscia di Gaza e hanno chiesto che venga tutelata l'indipendenza della magistratura mentre la Corte Suprema sta deliberando su un'indagine sulle mancanze che hanno portato all'attacco del 7 ottobre.
I processi contro figure chiave del regime del deposto presidente siriano Bashar al-Assad inizieranno domani. Lo ha annunciato oggi all'Afp un funzionario del ministero della Giustizia. Questi siriani sono accusati di aver commesso atrocità durante la guerra civile scoppiata nel marzo del 2011 in seguito alle proteste pro-democrazia brutalmente represse dalle autorità.
«Le prime udienze contro figure emblematiche del precedente regime siriano inizieranno domenica», ha affermato il funzionario, che ha chiesto di rimanere anonimo, citando il caso di Atif Najib, arrestato a gennaio. L'ex capo della sicurezza politica di Daraa (Siria meridionale), culla della rivolta del 2011, è accusato di aver orchestrato la repressione in quella zona. È anche cugino del presidente deposto.
Secondo il funzionario del ministero, seguiranno altri processi, tra cui quelli di Wassim al-Assad, un altro cugino dell'ex presidente; Amjad Youssef, il principale sospettato di un massacro del 2013, arrestato questa settimana, e i piloti che hanno partecipato ai bombardamenti delle città siriane.
La guerra, che ha devastato il Paese per 13 anni, ha causato oltre mezzo milione di morti. Le forze siriane hanno bombardato le aree controllate dai ribelli, mentre decine di migliaia di persone sono scomparse. Dopo la caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024, le autorità islamiste hanno ripetutamente annunciato l'arresto di ex funzionari, promettendo giustizia per le atrocità commesse sotto il regime di Assad.
I media statali libanesi hanno riportato in serata una serie di nuovi attacchi israeliani in almeno quattro diverse località nel sud del Paese, dopo che il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu aveva ordinato al suo esercito di attaccare Hezbollah a seguito di presunte violazioni del cessate il fuoco. L'agenzia di stampa statale National News Agency ha riportato due attacchi in rapida successione in una città del distretto di Bint Jbeil, un altro in una città del distretto di Tiro e attacchi in altre due città del distretto di Nabatieh.
Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno attaccato strutture militari di Hezbollah in tutto il Libano meridionale. Lo ha riferito un portavoce delle Idf, scrive Ynet.
In precedenza, a seguito delle numerose violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, l'ufficio del primo ministro israeliano aveva annunciato che «Netanyahu aveva ordinato all'Idf di attaccare con vigore gli obiettivi di Hezbollah in Libano».
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi farà ritorno in Pakistan dopo la visita in Oman. L'agenzia di stampa Irna, citando il ministero degli Esteri, ha riferito che Araghchi «ha in programma di visitare nuovamente il Pakistan dopo aver completato il suo viaggio in Oman e prima di recarsi in Russia».
Parte della sua delegazione è tornata a Teheran, ha aggiunto l'agenzia, «per consultarsi e ottenere le istruzioni necessarie sulle questioni relative alla fine della guerra, e dovrebbe ricongiungersi ad Araghchi a Islamabad domenica sera».
«Il documento che ci ha proposto l'Iran non era abbastanza». Lo ha detto Donald Trump parlando con i giornalisti. «Stranamente dieci minuti dopo che ho cancellato il viaggio dei miei inviati in Pakistan ce ne hanno mandato un altro», ha aggiunto il presidente.
Il presidente, parlando con i reporter a Palm Beach prima di tornare a Washington, ha riferito che, dopo la sua decisione di cancellare il viaggio dei suoi inviati a Islamabad, «nel giro di dieci minuti abbiamo ricevuto un nuovo documento che era molto meglio» del precedente (...) hanno offerto molto ma non abbastanza».
Stamattina, alcuni coloni hanno fatto irruzione nel villaggio palestinese di Duma, nella Cisgiordania centrale, e hanno aggredito una donna alla periferia della città, ferendo anche un bambino. Lo riportano i media israeliani.
Gli abitanti di Duma hanno cercato di respingere l'attacco, lanciando pietre che hanno colpito e ferito leggermente uno dei coloni, che poco dopo hanno attaccato un villaggio beduino adiacente a Duma, violando un ordine imposto dalle Forze di Difesa Israeliane (Idf).
Durante l'attacco, diversi veicoli palestinesi sono stati vandalizzati e un bambino ha riportato una ferita al volto causata da schegge di vetro provenienti da una finestra di un'abitazione improvvisata, infranta dagli aggressori. I coloni hanno anche cosparso di spray al peperoncino le case prese di mira.
Per la prima volta dal 2006 si è votato a Gaza, a Deir el-Balah, nel cuore della Striscia. Si andava alle urne per le elezioni municipali palestinesi, tenutesi anche in Cisgiordania. Si tratta della prima chiamata elettorale dall'inizio della guerra scatenata dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalla successiva offensiva israeliana.
Secondo la Commissione elettorale centrale palestinese, circa 1,3 milioni sono gli aventi diritto al voto in Cisgiordania, e 70.000 a Deir al-Balah, una delle poche aree dove l'esercito israeliano non ha condotto operazioni via terra, e per questo scelta dall'Autorità Palestinese per lanciare un segnale: riaffermare l'unità giuridica tra Cisgiordania e Gaza e mantenere una presenza, seppur simbolica, nella Striscia governata da Hamas dal 2007.
«Gaza è parte inseparabile dello Stato di Palestina», ha affermato il presidente dell'Anp, Abu Mazen, votando nel seggio di Al-Bireh nei pressi di Ramallah. In Cisgiordania una lista legata a Mohammad Dahlan - acerrimo rivale di Abbas, in esilio negli Emirati Arabi Uniti e fondatore dell' ala riformista di Fatah - cerca di sfidare l'egemonia del partito del presidente palestinese in carica dal 2005.
Alla chiusura delle urne l'affluenza si è attestata intorno al 53% in Cisgiordania e solo al 22% a Deir al-Balah. «Le persone sono disperate, non credono in alcun cambiamento», dice all'Ansa un avvocato palestinese che lavora con una Ong a Gaza e chiede l'anonimato. Formalmente, Hamas non partecipa alle elezioni, in quanto un emendamento di Ramallah ha richiesto ai candidati di firmare una dichiarazione di adesione ai principi dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Una clausola che, pur non menzionandolo apertamente, implica il riconoscimento di Israele e della soluzione dei due Stati, posizioni che Hamas rifiuta.
«De facto tre delle liste, anche se si dichiarano indipendenti, hanno diversi membri affiliati ad Hamas e alla Jihad Islamica, e una sola è legata a Fatah. La gente non vede nessun segnale di rinnovamento», continua l'avvocato che parla da Deir el-Balah.
Il voto si inserisce in una lunga frattura politica interna e mancanza di prospettive dopo la devastazione di due anni e mezzo di guerra. L'ultima volta che elezioni locali si sono tenute simultaneamente in Cisgiordania e a Gaza risale al 2006, quando entrambe le aree erano ancora sotto il controllo dell'Anp.
Nel 2007, Hamas prese il potere nella Striscia con la forza, estromettendo Fatah e consolidando una divisione mai sanata tra le fazioni palestinesi. Dopo il cessate il fuoco dello scorso ottobre, Hamas è ancora il leader assoluto nel 47% della Striscia, con il resto dell'enclave ancora sotto il controllo militare israeliano e uno stallo del «piano dei venti punti» annunciato dal presidente americano, Donald Trump, che dovrebbe vedere come prossima fase la rinuncia di Hamas alle armi e un conseguente ulteriore ritiro delle truppe israeliane.
È salito a sei morti il bilancio degli attacchi israeliani nel sud del Libano, nonostante il cessate il fuoco prorogato questa settimana nella guerra tra Israele e il gruppo militante Hezbollah. Ad aggiornare il bollettino è stato Il ministero della Salute libanese.
«Due attacchi nemici israeliani, contro un camion e una motocicletta, nella città di Yohmor al-Shaqeef, nel distretto di Nabatieh, hanno ucciso quattro persone», si legge in una dichiarazione del ministero.
Successivamente, è stato riferito che «un attacco aereo nemico israeliano sulla città di Safad al-Battikh, nel distretto di Bint Jbeil, ha provocato due morti e 17 feriti».
L'esercito israeliano, da parte sua, ha affermato di aver «eliminato» tre membri di Hezbollah che guidavano «un veicolo carico di armi», oltre ad un altro a bordo di una motocicletta e altri due membri armati del gruppo in altre località. Ha inoltre affermato di aver identificato due missili lanciati dal Libano, denunciando «una palese violazione degli accordi di cessate il fuoco» da parte di Hezbollah, e di aver successivamente intercettato un altro «bersaglio aereo sospetto».
Hezbollah, dal canto suo, ha dichiarato di aver preso di mira un veicolo dell'esercito israeliano nel sud del Libano per rappresaglia all'attacco contro Yohmor al-Shaqeef.
Intanto, il ministero della Salute libanese ha annunciato oggi che il bilancio delle vittime degli attacchi israeliani è salito a 2.496, con ulteriori 7.725 feriti, dall'inizio della guerra, il 2 marzo.
Il ministero ha dichiarato che il numero totale degli sfollati ospitati nei centri di evacuazione ha superato le 120.000 unità e che il numero di famiglie sfollate in questi centri ha raggiunto circa 31.000. Lo scrive il Guardian.
Un maxi yacht legato a un oligarca russo soggetto a sanzioni ha attraversato oggi lo stretto di Hormuz, un'area particolarmente congestionata. Lo riporta la Cnn citando i dati di tracciamento delle navi.
Il Nord, uno yacht di quasi 142 metri considerato uno dei più grandi al mondo, è partito ieri sera da Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, per poi attraversare il difficile canale durante la notte, secondo i dati del fornitore di informazioni marittime MarineTraffic.
La sua destinazione finale è Muscat, in Oman. Un broker nautico aveva precedentemente dichiarato alla Cnn che l'imbarcazione ha un valore stimato di almeno 500 milioni di dollari e si ritiene che appartenga ad Alexey Mordashov, presidente di un colosso siderurgico e minerario russo e uno dei miliardari più ricchi della Russia.
L'Associated Press ha confermato che Mordashov è il proprietario dello yacht. Quest'ultimo, grande una volta e mezza un campo da football americano, sembra aver seguito la rotta che passa vicino all'isola iraniana di Larak, che secondo Lloyd's List Intelligence è una rotta utilizzata dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane per controllare l'accesso allo stretto. Il Dipartimento di Stato americano ha sanzionato Mordashov nel 2022, oltre a tre delle sue altre società, alla moglie e ai due figli adulti.
Il presidente americano Donald Trump ha cancellato il viaggio di Steve Witkoff e Jared Kushner in Pakistan per i colloqui con l'Iran. Lo ha dichiarato lo stesso presidente a Fox News e al giornalista di Axios Barak Ravid.
«Ho appena annullato il viaggio dei miei rappresentanti in Pakistan per incontrare gli iraniani. Troppo tempo sprecato negli spostamenti, troppo lavoro! Inoltre, vi sono fortissime lotte intestine e confusione all'interno della loro 'leadership'. Nessuno sa chi comandi, nemmeno loro stessi. Per di più, abbiamo tutte le carte in mano noi; loro non ne hanno nessuna! Se vogliono parlare, non devono far altro che chiamare!!!», ha scritto Donald Trump su Truth
L'annullamento del viaggio degli inviati statunitensi non significa la ripresa della guerra con l'Iran, ha precisato Trump in una telefonata con Axios aggiungendo di «non averci ancora pensato».
Gli inviati americani Whitkoff e Kushner sarebbero dovuti partire in mattinata per i colloqui con l'Iran. Ma visto che non ci sono stati progressi sono rimasti negli Usa.
Secondo Ravid Trump avrebbe deciso di annullare il viaggio dei suoi inviati per via «della posizione dell'Iran». Mentre a Fox News il presidente americano avrebbe detto: «Abbiamo tutte le carte in mano. Possono chiamarci quando vogliono, ma non si possono fare 18 ore di volo per stare lì a parlare del nulla».
Dal canto loro, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno affermato che il controllo dello Stretto di Hormuz, un punto strategico vitale per le forniture globali di petrolio e gas, rappresenta la «strategia definitiva» di Teheran nel suo conflitto con gli Stati Uniti.
«Controllare lo Stretto di Hormuz e mantenere l'ombra del suo effetto deterrente sull'America e sui sostenitori della Casa Bianca nella regione è la strategia definitiva dell'Iran islamico», hanno affermato le Guardie in una dichiarazione sul loro canale Telegram ufficiale.
Intanto, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che la sua visita in Pakistan è stata «molto fruttuosa» e ha elogiato «l'impegno e gli sforzi fraterni» di Islamabad per contribuire a ristabilire la pace nella regione, esprimendo al contempo dubbi sulla serietà dell'impegno diplomatico degli Stati Uniti. In un post su X, Araghchi ha affermato di aver condiviso la posizione dell'Iran su un «quadro praticabile per porre fine in modo permanente alla guerra contro l'Iran», aggiungendo: «Devo ancora vedere se gli Stati Uniti prendono davvero sul serio la diplomazia». Lo scrive Iran International.
Gli inviati americani Steve Whitkoff e Jared Kushner non erano ancora partiti in mattinata per i colloqui con l'Iran. Secondo il giornalista di Axios Barak Ravid, sarebbero ancora a Miami e non ci sarebbero progressi in questa fase.
La Germania muove in anticipo le proprie unità navali nel Mediterraneo in preparazione a una potenziale missione nello Stretto di Hormuz. Il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius, ha annunciato il dispiegamento di un dragamine e di una nave comando e supporto «per essere pronti ad agire rapidamente qualora il Bundestag (la principale Camera del parlamento tedesco) emettesse un mandato».
«Per risparmiare tempo, abbiamo deciso di dispiegare alcune unità tedesche nel Mediterraneo con anticipo, in modo da non perdere ulteriore tempo una volta ottenuto il mandato», ha spiegato al quotidiano regionale Rheinische Post, particolarmente diffuso nella parte occidentale della Renania Settentrionale-Vestfalia, sottolineando che un approccio analogo era stato adottato per la missione diplomatico-militare di sicurezza marittima Aspides dell'UE nel Mar Rosso, accelerandone l'avvio.
Un eventuale intervento nel Golfo Persico resta tuttavia subordinato a condizioni stringenti. «Il primo e principale prerequisito per un dispiegamento navale tedesco nello Stretto di Hormuz è la fine delle ostilità», ha precisato Pistorius.
Sul piano giuridico, il ministro ha proposto di ampliare il mandato di Aspides, includendo anche Hormuz e prevedendo dunque il coinvolgimento di Stati Uniti e Regno Unito. La marina tedesca contribuirebbe con capacità di sminamento per garantire sicurezza e la libertà di navigazione nello stretto.
Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, accompagnato da una piccola delegazione, è arrivato a Islamabad, dove si terrà nel fine settimana un secondo round di negoziati indiretti con gli Usa. Mentre oggi arriveranno in Pakistan gli inviati di Donald Trump Steve Witkoff e Jared Kushner, come annunciato ieri dalla portavoce della Casa Bianca. L'Iran ha in programma di formulare un'offerta per soddisfare le richieste Usa. Lo ha detto, secondo il Guardian, il presidente americano Donald Trump, precisando di non sapere in cosa consisterà. Alla domanda sugli interlocutori degli Usa nei negoziati, il tycoon ha risposto: «Non voglio rivelarlo, ma stiamo trattando con le persone che detengono ora il potere». Venerdì, inoltre, l'agenzia di stampa statale del Qatar ha reso noto che l'emiro, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, ha discusso telefonicamente con Donald Trump dell'accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Lo scrive il Guardian. Al Thani ha aggiunto che il Qatar continuerà a coordinarsi con i partner per sostenere gli sforzi di mediazione guidati dal Pakistan.
Passando ai colloqui diretti, invece, l'Iran «vuole parlare di persona con gli Stati Uniti» e l'incontro potrebbe tenersi lunedì. Teheran, però, afferma di non aver richiesto alcun incontro diretto e di aver finora respinto le richieste statunitensi di negoziare a causa delle loro pretese eccessive.

