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Trovato vicino a Torino un laboratorio con 30 operai schiavi
Trovato vicino a Torino un laboratorio con 30 operai schiavi
Trovato vicino a Torino un laboratorio con 30 operai schiavi
Redazione
7 anni fa
Condizioni di lavoro disumane e turni massacranti per 150 euro al mese. Due imprenditori potrebbero dover rispondere all'accusa di riduzione in schiavitù

Condizioni di lavoro disumane, paghe da fame, turni massacranti. Una trentina di operai, cinesi, italiani e romeni, erano sottoposti, da parte di due imprenditori di nazionalità cinese a condizioni di sfruttamento nel più totale degrado.

Lo ha scoperto la guardia di finanza di Torino ispezionando tre capannoni di Agliè, Cuceglio e Montalenghe, a due passi da Ivrea.

Le indagini dei finanzieri hanno portato alla luce un'impresa che, per un salario di circa 30 centesimi l'ora, sfruttava gli operai lasciandoli vivere in condizioni disumane.

A Montalenghe, sotto casa dei genitori dei due imprenditori coinvolti, tra lettini per riposare ed una cucina improvvisata, erano state installate le macchine per cucire e accatastate montagne di pellami pronti per la lavorazione. L'azienda, infatti, confezionava prodotti destinati a noti marchi automobilistici internazionali.

I finanzieri hanno scoperto che le retribuzioni erano decisamente inferiori a quelle spettanti dai contratti collettivi: gli operai incassavano, oltretutto in nero, circa 150 euro al mese (165 franchi svizzeri). I titolari erano in grado di sfruttare il lavoro dei dipendenti, molti dei quali loro connazionali, violando le più basilari norme sull'orario di lavoro, sul riposo settimanale e sulle ferie.

Carenti, come accertato dagli investigatori, anche le norme in materia di sicurezza e igiene. Nei capannoni non c'era nemmeno l'impianto di riscaldamento. I lavoratori erano inoltre continuamente monitorati a distanza attraverso un sistema di videosorveglianza.

A Montalenghe venivano fatti alloggiare direttamente sul posto di lavoro. Con lettini, fornelletti elettrici o a gas, bagno in comune, spesso non funzionante, tanto che i lavoratori erano costretti ad espletare i bisogni dentro buste di plastica. Nei tre capannoni la luce naturale era oscurata da pannelli che impedivano la visuale, anche per impedire ad occhi indiscreti di curiosare all'interno.

I dipendenti iniziavano a lavorare alle nove del mattino e terminavano a mezzanotte, senza alcun tipo di pausa. Era consentito al massimo un pasto consumato in mezzo a scatoloni e macchinari.

Ora gli stabilimenti sono stati sigillati. I due imprenditori cinesi, una donna di 28 anni e un uomo di 26, dovranno rispondere di sfruttamento del lavoro e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Tuttavia gli accertamenti della procura di Torino non sono ancora finiti: vista la particolare situazione in cui lavoravano i trenta dipendenti dell'azienda non è escluso che nei prossimi giorni la posizione dei due imprenditori si aggravi, fino all'accusa di riduzione in schiavitù, reato che prevede una pena sino a 20 anni di carcere.

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