
Anche il secondo anniversario "pericoloso", quello delle violenze di Lhasa del 14 marzo dell' anno scorso, è passato senza incidenti in un Tibet stretto nella morsa delle forze di sicurezza cinesi. In occasione di questa scadenza - che seguiva di pochi giorni il 50/o anniversario della fuga in India del Dalai Lama - residenti di Lhasa hanno affermato che reparti della Polizia armata del popolo (Pap) in assetto antisommossa hanno pattugliato per tutta la giornata la piazza del Barkor e le strade che fiancheggiano il tempio di Jokhang, il più importante della città, teatro l' anno scorso delle manifestazioni sfociate in attacchi contro gli immigrati cinesi e musulmani "hui" da parte di gruppi di giovani tibetani. Testimoni citati dalla stampa di Hong Kong hanno affermato che due elicotteri hanno sorvolato la capitale, un fatto abbastanza raro. Il segretario del Partito Comunista locale, Zhang Qingli, in una dichiarazione riportata dal sito web del Tibet Daily ha definito "complicata" la situazione nella Regione Autonoma, della quale Lhasa è la capitale. Zhang ha giustificato la massiccia presenza delle forze paramilitari sostenendo che è necessaria per "far fallire gli intrighi ed i complotti della cricca del Dalai (Lama) che vuole dividere la madrepatria e rendere il Tibet instabile". Nei moti del 14 marzo 2008, innescati dall'arresto di decine di monaci che avevano tenuto manifestazioni anticinesi nei giorni precedenti, vennero uccise 22 persone, secondo le cifre diffuse dal governo di Pechino. I gruppi di esiliati tibetani sostengono che nella repressione delle manifestazioni che si svolsero nei due mesi successivi hanno perso la vita più di duecento persone, mentre settemila tibetani sono stati arrestati. ATS
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