
Due persone sono state condannate a morte per la rivolta di Lhasa dell'anno scorso. Lo afferma l'agenzia Nuova Cina, citando un portavoce del Tribunale Intermedio del Popolo di Lhasa. I due sono stati identificati come i responsabili di aver appiccato i "fatali incendi" nei quali hanno perso la vita una ventina di persone. L'agenzia aggiunge che altre due persone hanno ricevuto condanne a morte "sospese" - cioè che non verranno eseguite per due anni, e dopo verranno riconsiderate - e un'altra al carcere a vita. Incidenti scoppiarono a Lhasa, la capitale della regione Autonoma del Tibet, il 10 marzo del 2008, quando centinaia di monaci manifestarono ricordando la rivolta anticinese del 1959. Nei giorni seguenti le proteste proseguirono e sfociarono, il 14 marzo, in attacchi ai negozi degli immigrati cinesi, alcuni dei quali furono dati alle fiamme da giovani tibetani. Secondo Pechino, le vittime furono in tutto 22, in maggioranza civili uccisi dai rivoltosi. I gruppi tibetani parlano di almeno duecento morti. Nel corso delle proteste, che in seguito si estesero ad altre aree a popolazione tibetana della Cina e si protrassero fino alla fine di maggio, furono arrestate circa settemila persone, sempre secondo i gruppi di esiliati tibetani. ATS
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