
Theresa May aspetta a piè fermo la sfida dei ribelli "brexiteers" sulla mozione di sfiducia - se verrà - alla sua leadership in seno al Partito Conservatore. E intanto si blinda, quanto meno per ora, imbarcando in un minirimpasto di governo un paio di fedelissimi al posto dei ministri dimessisi ieri in dissenso dalla sua bozza d'intesa sul divorzio da Bruxelles. Affidandosi una volta di più a una capacità di sopravvivenza e di galleggiamento che nemmeno chi insiste a profetizzarne il naufragio riesce a negarle.
La premier britannica tira dritto come niente fosse, se non altro fino allo scoglio del voto parlamentare sulla ratifica della "sua" Brexit, verso fine anno. Lo aveva detto ieri a parole e lo conferma in queste ore con i fatti.
In primo luogo rabbercia la compagine: sostituendo al vertice del dicastero del Lavoro la "pasionaria euroscettica" Esther McVey con la rientrante moderata Amber Rudd, costretta a lasciare ad aprile la guida degli Interni per uno scandalo di diritti negati ai migranti che fa ancora indignare i laburisti; e nella casella chiave (ma in realtà depotenziata) di titolare della Brexit il secondo ministro bruciato in due anni, Dominic Raab, con il carneade Stephen Barclay, finora sottosegretario alla Sanità.
"Remainer" la prima, "brexiteer" il secondo, ma entrambi lealisti a tutta prova verso l'inquilina di Downing Street. La verità è che il rimpasto - completato dalla nomina di tre sottosegretari - segna il definitivo passaggio di mano della gestione diretta dei negoziati con Michel Barnier a un alto funzionario alle dirette dipendenze della premier, Olly Robbins, vero architetto dell'intesa di compromesso sottoscritta nei giorni scorsi e già in parte chiamato a subentrare a Raab dopo la defezione in estate di David Davis.
Mentre Barclay, uomo della City utile a stemperare gli allarmi del business per le incognite dell'addio all'Ue, viene ridimensionato al rango di responsabile della legislazione interna post-Brexit (e dei piani di emergenza sugli approvvigionamenti nel malaugurato caso d'un caotico "no deal").
Sia come sia, May conta di poter tirare un mezzo sospiro di sollievo. Malgrado il terremoto delle ultime ore, resta al timone e continua a difendere la sua intesa con l'Ue come unico compromesso possibile verso la Brexit. Lo fa in un filo diretto con gli ascoltatori alla radio Lbc, affrontando un elettore che addirittura la paragona a Neville Chamberlain, il primo ministro dell'"appeasement" di Monaco col nazismo. E lo fa di fronte alla minaccia dei deputati più oltranzisti del suo partito - guidati da Jacob Rees-Mogg - che non cessano di raccogliere firme per cercare di sfiduciarla come leader Tory.
Il voto potrebbe esserci martedì, ma finora al Comitato 1922, l'organo incaricato di convocarlo, non risulta raggiunto il quorum necessario ad aprire le danze, ossia le lettere di almeno 48 deputati conservatori su 315. Mentre la stessa corrente euroscettica si spacca con la decisione del ministro dell'Ambiente, Michael Gove, protagonista in passato di mille trame, di non scaricare la premier (con 4 colleghi di governo "brexiteers" di spicco): seppur con l'obiettivo dichiarato di condizionarla dall'interno e senza accettare la patata bollente del dicastero della Brexit.
Sul versante opposto lo scenario del resto appare pure in movimento, in attesa del voto parlamentare sul criticatissimo piano May. Con le voci dei sostenitori di un referendum bis che riprendono fiato nel Labour. Ma non senza l'apertura di John McDonnell, braccio destro di Jeremy Corbyn, all'idea alternativa di "una maggioranza trasversale" ai Comuni su un ipotetico testo più soft dell'accordo con Bruxelles in cui la permanenza di Londra nell'unione doganale e il mantenimento di "relazioni con il mercato unico" fossero garantite a tempo indeterminato fino a un successivo quadro accettabile per tutti sulle relazioni future.
Tale suggestione ricalca quella del veterano Ken Clarke, il più eurofilo dei conservatori alla Camera bassa, secondo cui May - scaricando in casa un'ottantina di falchi - potrebbe garantirsi il doppio dei consensi dai banchi delle opposizioni. E assicurarsi alla fine quei voti che oggi le mancano.
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