
Poteva finire in carcere, ma ha scelto l'auto-esilio. È stata una giornata di colpi di scena a Bangkok, dove l'ex premier thailandese Yingluck Shinawatra non si è presentata in aula per la conclusione del processo nei suoi confronti, ufficialmente per malattia. Risultato: verdetto spostato al 27 settembre e mandato di arresto contro di lei. Che però rimarrà probabilmente solo sulla carta, perché diverse fonti danno Yingluck già a Singapore o forse a Dubai, dove si ricongiungerebbe col fratello ed ex premier Thaksin. La giunta militare ha ammesso di ignorare dove si trovi, ma già la punzecchia: "Pensavo avesse il coraggio di venire in aula", ha detto il generale Prayuth Chan-ocha. Abbondano però i sospetti di un patto tra il regime e il clan dei Shinawatra, nemesi dell'establishment e vincitore di ogni elezione dal 2001. Un accordo dietro le quinte per un auto-esilio permetterebbe ai militari di sbarazzarsi di una leader politica capace di smuovere le masse, colpevolizzandola senza farla diventare una martire in prigione. In palio ci sono anche gli ingenti capitali del giro d'affari dei Shinawatra. Yingluck è accusata di negligenza nella gestione del disastroso piano di sussidi ai produttori di riso nei suoi tre anni al governo, una politica che fece felice il suo blocco elettorale nel popoloso nord-est rurale ma causò un buco finanziario di almeno 8 miliardi di dollari e contribuì alla rabbia della borghesia di Bangkok, le cui prolungate manifestazioni anti-governative nel 2014 portarono l'esercito a intervenire e a deporre Yingluck. La situazione giudiziaria è simile a quella di Thaksin nel 2008. Allora, l'ex premier - anch'egli deposto da un golpe, nel 2006 - fu condannato a due anni di carcere per abuso di potere, nell'ambito di un affare immobiliare a vantaggio della moglie. All'epoca al governo c'era però un suo rappresentante, quindi la fuga all'estero per evitare il carcere fu meno sorprendente. Ora invece in sella c'è un esercito sempre più baldanzoso nell'esercizio del potere, che stronca il dissenso sul nascere e insiste nel bisogno di "riforme" prima di tornare al voto. Con una Costituzione che introduce un Senato interamente nominato dall'alto, nonché un piano ventennale di sviluppo stilato dai militari a cui qualunque futuro governo dovrà attenersi, gli spazi di manovra di eventuali rivali politici dell'establishment si erano già ridotti. Ora che i due più carismatici esponenti del clan Shinawatra sono all'estero, il rischio per la Thailandia è la fine definitiva delle libertà democratiche introdotte negli anni Novanta, e l'inizio di un prolungato periodo sotto un regime autoritario ormai senza avversari.
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