
Dal cuore del regime saudita al Golfo e al Medio Oriente un terremoto sta scuotendo i già fragili equilibri dell'area, col 32enne principe ereditario Mohammed bin Salman intenzionato a consolidare la sua base di potere dentro e fuori la monarchia. La conseguenza su scala regionale è l'inasprimento delle relazioni tra Riad e l'Iran, rivale di su tutti i tavoli dell'area: dall'Iraq al Libano, dallo Yemen al Qatar. Su scala globale l'effetto immediato della politica di bin Salman è l'innalzamento improvviso delle quotazioni di petrolio, oggi schizzate sopra valori mai raggiunti negli ultimi due anni. La cronaca racconta di inaspettati avvenimenti in corso in tutta la regione. In Libano le dimissioni del premier filo-saudita Saad Hariri, annunciate sabato in tv durante la sua visita a Riad, hanno improvvisamente riportato il paese nell'incertezza istituzionale e politica, facendo temere la sicurezza del già provato paese. In Arabia Saudita si sta invece consumando in queste ore una delle fasi più delicate di una transizione politica già in corso da tempo e collegata alle dimissioni di Hariri: decine tra principi, ministri e influenti uomini d'affari sono stati arrestati. Tra loro figura l'influente magnate Walid bin Talal, principe con fortissimi interessi nella finanza globale e parte di una cordata reale ostile all'ascesa di bin Salman. In circostanze poco chiare è morto in un "incidente di elicottero" un altro principe e vice governatore della regione di Asir. Alcuni degli esponenti arrestati ieri sono stati destituiti e due dei loro successori hanno già prestato giuramento oggi - come capo della Guardia nazionale e come ministro dell'Economia - di fronte all'81nne re Salman, secondo alcuni in procinto di lasciare il posto al giovane erede al trono bin Salman. Quest'ultimo appare come il grande manovratore delle decisioni di politica interna ed estera intraprese da Riad. Se ne sono accorti tutti nell'area, in particolare in Iran, da giorni investito da una grandine di accuse saudite di "interferenze" negli affari arabi, in particolare in quelli libanesi e yemeniti. Lo Yemen è tornato sotto i riflettori della cronaca dopo il lancio, sabato sera, contro l'aeroporto internazionale di Riad di un missile balistico di lunga gittata da parte degli insorti Houthi, considerati vicini all'Iran e che da anni controllano parte del paese al confine con l'Arabia Saudita. Riad guida dal 2015 una coalizione militare araba, accusata da Onu e da altri attori di aver ucciso migliaia di civili in Yemen. Il missile degli Houthi, che secondo i sauditi è stato fabbricato dall'Iran, è stato intercettato e distrutto dai Patriot sauditi, forniti dagli Stati Uniti, alleato chiave della monarchia petrolifera del Golfo. Ma a Riad hanno immediatamente accusato Teheran di "un atto di guerra". Accuse analoghe erano state rivolte sabato scorso dal premier dimissionario libanese Hariri nel suo discorso televisivo, riferendosi alle "interferenze" dell'Iran e del suo alleato in Libano, gli Hezbollah. E mentre la Coalizione filo-saudita ha oggi imposto il blocco temporaneo dello spazio aereo sullo Yemen, la risposta iraniana è arrivata oggi per bocca del ministro degli esteri Javad Zarif, secondo cui "l'Arabia Saudita è impegnata in guerre di aggressione, bullismo regionale, comportamento destabilizzante e provocazioni rischiose, ma accusa l'Iran per le conseguenze". Teheran ha negato ogni coinvolgimento con il missile sparato dagli insorti yemeniti e per bocca del leader degli Hezbollah libanesi, Hasan Nasrallah, ha tuonato che le dimissioni di Hariri sono l'effetto delle pressioni saudite.
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