
Una lettera indirizzata alla Premier Giorgia Meloni chiede un nuovo accordo transfrontaliero sul Telelavoro. L'appello, firmato da una donna del varesotto, è stato ripreso e pubblicato dal portale Varesenews. L'autrice difende l'utilità del lavoro a distanza per quanto concerne la qualità di vita dei frontalieri, denunciando un sentimento di discriminazione nei confronti dei colleghi svizzeri che possono fruirne, rilanciando la discussione.
"Ci sentiamo discriminati" dallo Stato italiano
"D’altra parte la strada da percorrere ogni giorno è lunga, i giorni di ferie pochi e l’agenda lavorativa fitta di scadenze. Nel 2019 riesco a fare solo una settimana di ferie a novembre [...] comincio a pensare di mollare, ma nel frattempo arriva la pandemia che stravolge la vita di tutti noi. Arriva anche lo smart working": la lettera si apre con il resoconto dell'esperienza personale della firmataria della lettera. In questo senso il telelavoro ha permesso, quando in vigore, una maggiore flessibilità e quindi una miglior conciliazione di vita privata e lavorativa. Tuttavia, l'accordo fiscale tra Svizzera e Italia arriva a scadenza nel febbraio di quest'anno e non è rinnovato, con una serie di risvolti, secondo la donna: le strade della città di confine si svuotano, riprendono i furti e le strade si riempiono nuovamente. Ciò non è senza conseguenze - prosegue la lettera - per i padri frontalieri, che non hanno possibilità di partecipare attivamente alla vita di famiglia, e per le donne, che "pagano spesso il prezzo più caro". Nella stessa lettera ci si chiede infine se tra i motivi che hanno portato al mancato rinnovo dell'accordo ci siano delle motivazioni fiscali; in questo caso l'autrice ritiene importante far sapere al governo italiano che "tutte le aziende svizzere che conosco hanno tassativamente vietato lo smart working ai frontalieri perché non vogliono avere niente a che fare con il fisco italiano". La conseguenza è un sentimento di "discriminazione" dovuto al fatto che "ovviamente i colleghi svizzeri continuano a lavorare 2 giorni alla settimana da casa".
Richieste che non vengono avanzate per la prima volta
La lettera in questione non è l'unica che ha raggiunto Roma con lo stesso scopo. Come riportato da Swissinfo, nel mese di febbraio il presidente dell'Associazione Comuni Italiani di Frontiera Massimo Mastromarino ha chiesto all'esecutivo di sottoscrivere una nuova intesa con Berna sulla falsa riga di quella stipulata tra Svizzera e Francia. Quest'ultima prevede che il telelavoro svolto in patria continui ad essere tassato in Svizzera nella misura massima del 40% dell'orario. La Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge che impegna il governo Meloni a firmare un nuovo accordo con il Consiglio Federale.
La questione del lavoro a distanza
La fiscalità si rifà al principio di territorialità: secondo la regola generale, gli stipendi sono tassabili nello stato in cui la professione è esercitata, come riporta sempre Swissinfo. Se i frontalieri subissero un'imposizione nei loro paesi di residenza, ciò comporterebbe una grave perdita fiscale per la Confederazione, prosegue la stessa intervista al portavoce della Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali Wettstein.
La Confederazione ha siglato un'intesa amichevole con Roma nel giugno del 2020, poco dopo lo scoppio della pandemia, volta a evitare la doppia imposizione fiscale per i dipendenti frontalieri in home working. Secondo lo stesso accordo i giorni di lavoro svolti nello stato di residenza sono stati eccezionalmente considerati giorni di lavoro nel paese in cui la persona avrebbe lavorato normalmente.
A dicembre 2022 Svizzera e Francia hanno deciso di prolungare accordi analoghi. Non è stato il caso per Italia e Svizzera, almeno fin ora: gli accordi, scaduti questo febbraio, non sono stati oggetto di un prolungamento.

