
“Chi gioca con il fuoco finirà bruciato”: un monito lanciato da Xi Jinping a Joe Biden una manciata di giorni fa. Un’affermazione che la dice lunga sulle attuali condizioni dei rapporti tra Stati uniti e Cina. Una tensione militare, quella fra le due superpotenze, resa palpabile dal viaggio della speaker della camera Nancy Pelosi a Taiwan. Una visita organizzata “per onorare l’impegno incrollabile degli Stati Uniti a sostegno della democrazia di Taiwan”. La presidente Tsai Ing-wen non è stata da meno, definendo la speaker “un’autentica amica”.
La risposta di Pechino
Pechino, dal canto suo, non si è limitata a guardare e biasimare. È passata ai fatti, rispondendo a quella che considera una violazione della sovranità, con massicce esercitazioni militari nello stretto di Taiwan. E visto che di escalation si parla, Washington ha risposto a sua volta piazzando una delle sue portaerei non lontano dall’isola. Così, mentre la tensione cresce assieme alla possibilità che si verifichino incidenti, la diplomazia si affanna nel cercare di ricucire lo strappo.
Una questione secolare
Una nuova grana, che tanto nuova non è. La questione taiwanese è uno dei grandi nodi irrisolti del ventesimo secolo: eredità della sanguinosa guerra civile cinese tra i comunisti di Mao Zedong e i nazionalisti di Chiang Kai-shek. Una storia che risale al 1949 quando lo sconfitto generale Chiang scappa sull’isola di Taiwan. Lì fonda La Repubblica di Cina, contrapposta alla Cina socialista. Due regimi opposti ma con una pretesa comune: quella di rappresentare il popolo cinese.
Da roccaforte a Stato emarginato
E Taiwan, per diversi anni, a rappresentare quel popolo davanti al mondo, ci riesce anche. Ma da roccaforte anticomunista durante la guerra fredda, passa a stato emarginato negli anni ’70: perde difatti il suo seggio all’ONU e, ad oggi, sono solo 14 i Paesi che la riconoscono. L’unico europeo è la città del Vaticano.
“Una provincia ribelle”
Se Taiwan professa la propria autonomia, per il Dragone è soltanto una provincia ribelle. E la possibilità che prima o poi decida di riprendersela con la forza non è fantascienza. I motivi non sono tanto o soltanto sentimentali: l’isola è una superpotenza tecnologica; una superpotenza a cui gli Stati Uniti hanno promesso tutto il sostegno militare necessario.
La miccia per una nuova guerra?
I colleghi di Teleticino hanno interpellato l’economista Alfonso Tuor sulla situazione venutasi a creare con la visita della presidente della Camera dei Rappresentanti americana Nancy Pelosi, che ha scatenato le ire della Cina. “Formalmente l’amministrazione Biden ha sconsigliato a Pelosi di andare a Taiwan. Non so se è un gioco delle parti e se poi di fatto sono d’accordo”, afferma l’economista. Secondo Tuor su questa scelta giocano un ruolo importante le elezioni mid-term di novembre in America. “C’è un sentimento anticinese piuttosto diffuso e andare a Taiwan e sostenere il suo sistema è una mossa che raccoglie consensi dell’elettorato americano”. Tuor esclude comunque il rischio di un conflitto. “Non credo scoppierà, a meno che non succedano degli incidenti. La risposta cinese è stata finora misurata. Quello che vogliono dimostrare è che sono in grado di isolare Taiwan dal resto del mondo con un blocco navale e con una no fly zone sopra l’isola”.
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