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Vaticano
Sul caso di Emanuela Orlandi si riapre la pista dello zio
Redazione
3 anni fa
Uno scambio epistolare viene riconsiderato nelle indagini sulla scomparsa della figlia del dipendente vaticano.

Ci sono nuovi elementi nella vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa nel 1983 e mai ritrovata. Come ha anticipato ieri sera il TgLa7, le attenzioni degli inquirenti sono tornate a soffermarsi sullo zio paterno di Emanuela, Mario Meneguzzi, deceduto da tempo. La pista che vede un coinvolgimento di Meneguzzi nella scomparsa di Emanuela Orlandi era già stata seguita in passato, ma poi abbandonata in maniera inspiegabile.

Lo scambio di lettere

A riaccendere i riflettori sullo zio di Emanuela, marito della sorella del padre della ragazza scomparsa, sono le carte consegnate poche settimane fa dal promotore di giustizia vaticana, Alessandro Diddi, alla Procura di Roma. Fra queste c'è uno scambio di lettere per posta diplomatica tra l’allora segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli e un sacerdote sudamericano inviato in Colombia da Giovanni Paolo II, che a Roma era stato confessore della famiglia Orlandi. Lo scambio risale al settembre 1983, a tre mesi dalla scomparsa di Emanuela. Casaroli vuole avere da lui conferma del fatto che la sorella maggiore di Emanuela, Natalina, gli abbia rivelato di essere stata molestata sessualmente proprio dallo zio Mario Meneguzzi. Confessione confermata dal sacerdote in Colombia.

Gli elementi contro lo zio

Le indagini della procura romana vogliono pure capire per quale motivo questo episodio, già noto all'epoca dagli investigatori, non sia stato adeguatamente considerato. Come ricostruisce il servizio dell'emittente romana, è nota la vicinanza di Meneguzzi ad ambienti del Sisde (servizi segreti italiani). Inoltre fu proprio lo zio di Emanuela a rispondere ad alcune delle telefonate anonime che davano informazioni più o meno credibili e verificabili su Emanuela, per poi "sottrarsi" a un pedinamento della Squadra Mobile sulla strada verso Santa Marinella del quale venne misteriosamente a conoscenza. Altri elementi avvalorano l'ipotesi di un coinvolgimento dello zio di Emanuela. Anzitutto la somiglianza di Mario Meneguzzi all'identikit tracciato dal vigile e dal poliziotto che dissero di avere visto, la sera della scomparsa, un uomo che parlava con la 16enne appena uscita dalla scuola di musica vicino al Senato. La procura aveva inoltre ipotizzato che Emanuela potesse essere salita sull'auto di una persona conosciuta di cui si fidava.