

Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha affermato di godere di perfetta salute durante un'udienza presso il Tribunale distrettuale di Tel Aviv per una causa per diffamazione intentata contro due giornalisti e un attivista politico, i quali avevano affermato che nel 2024 soffrisse di diverse gravi malattie. Lo scrive il «Times of Israel».
«Le mie condizioni di salute sono buone, alcuni direbbero eccellenti», ha dichiarato Netanyahu alla corte, secondo quanto riportato dai media israeliani. Netanyahu afferma di non aver mai sofferto di cancro al pancreas, come invece sostenuto dall'attivista Gonen Ben Yitzhak, aggiungendo che se così fosse stato sarebbe già morto.
Il primo ministro descrive dettagliatamente l'intervento chirurgico per l'ingrossamento della prostata a cui si è sottoposto nel dicembre 2024 e la successiva diagnosi di cancro alla prostata, avvenuta, a suo dire, «verso la fine del 2025».
Netanyahu afferma di essersi sottoposto a cinque cicli di radioterapia tra gennaio e febbraio del 2026 e che questi trattamenti hanno eliminato completamente il tumore. Questa è la prima rivelazione pubblica sulla cronologia della sua malattia, che aveva reso nota solo il mese scorso.
Queste informazioni sembrano in qualche modo contraddire una dichiarazione del medico che ha guidato l'équipe che si è occupata del trattamento oncologico di Netanyahu, il professor Aron Popovtzer, il quale ha affermato alla fine di aprile che il primo ministro ha iniziato la radioterapia «circa due mesi e mezzo fa», ovvero nella seconda settimana di febbraio.
Il primo ministro ha dichiarato inoltre alla corte che il pacemaker che gli era stato impiantato nel 2023 a causa di una patologia cardiaca non è mai stato attivato.
USA e Cina «hanno convenuto che l'Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari». Lo afferma la Casa Bianca nel resoconto dell'incontro tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, secondo quanto riportato dal «Guardian».
I due concordano inoltre sul fatto che lo Stretto di Hormuz «deve rimanere aperto», afferma la Casa Bianca, che definisce «buono» l'incontro tra il presidente americano e il suo omologo cinese.
Il resoconto della Casa Bianca sul vertice tra Trump e Xi fa riferimento alla guerra con l'Iran e allo Stretto di Hormuz, ma non menziona Taiwan, nonostante la questione sia stata ampiamente trattata nella dichiarazione del governo cinese sui colloqui.
«Il presidente Trump ha avuto un incontro positivo con il presidente cinese Xi - scrive la Casa Bianca -. Le due parti hanno discusso di come rafforzare la cooperazione economica tra i due paesi, tra cui l'ampliamento dell'accesso al mercato cinese per le imprese americane e l'aumento degli investimenti cinesi nelle nostre industrie. I vertici di molte delle più grandi aziende statunitensi hanno partecipato a una parte dell'incontro», recita la dichiarazione.
«Le due parti hanno concordato sulla necessità che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto per garantire il libero flusso energetico. Il Presidente Xi ha inoltre ribadito l'opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, esprimendo interesse ad acquistare maggiori quantità di petrolio americano per ridurre la dipendenza della Cina dallo Stretto in futuro. Entrambi i paesi hanno convenuto che l'Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari», prosegue il testo.
La Casa Bianca ha inoltre affermato che Trump e Xi «hanno sottolineato la necessità di consolidare i progressi compiuti per porre fine al flusso di precursori del fentanyl negli Stati Uniti, nonché di incrementare gli acquisti cinesi di prodotti agricoli americani».
Secondo dati diffusi dal Consiglio nazionale libanese per la ricerca scientifica (CNR), Israele continua a demolire in modo sistematico abitazioni e infrastrutture pubbliche nel sud del Libano nonostante i contatti diplomatici in corso tra Beirut e Stato ebraico sotto mediazione americana: nelle tre settimane successive all'entrata formale in vigore della tregua del 16 aprile sono state distrutte più di 5'000 abitazioni e altre 5'000 danneggiate lungo la fascia di confine con Israele.
Israele sostiene che le operazioni siano dirette contro infrastrutture e attività militari di Hezbollah. Le demolizioni riguardano un'area che comprende 66 villaggi del Libano meridionale e che, secondo osservatori locali e fonti libanesi, Israele punta a trasformare in una fascia cuscinetto di fatto resa inabitabile per la popolazione civile.
Il bilancio dei danni si aggiunge alla devastazione già provocata dalle settimane precedenti di guerra. Nelle sei settimane antecedenti la tregua, oltre 61'000 unità abitative erano state distrutte o danneggiate. Dall'8 ottobre 2023 il totale supera ormai le 230'000 abitazioni colpite, mentre centinaia di migliaia di persone restano sfollate in diverse regioni del paese.
Parallelamente alle demolizioni sul terreno, l'esercito israeliano continua a condurre centinaia di raid aerei in Libano. Secondo fonti locali e organizzazioni di monitoraggio, nelle ultime tre settimane gli attacchi hanno provocato un numero di morti pari a quello registrato nei 15 mesi successivi al cessate il fuoco del novembre 2024. Tra le vittime figurano giornalisti, operatori sanitari, soccorritori della protezione civile, soldati dell'esercito libanese e numerosi civili, inclusi bambini uccisi assieme ai familiari nei bombardamenti contro abitazioni e veicoli.
Le autorità libanesi accusano Israele di voler modificare in modo permanente la geografia umana e urbana del sud del Libano, impedendo il ritorno della popolazione nelle località vicine al confine.
Le delegazioni di Libano e Israele si incontrano oggi a Washington con la mediazione americana mentre la tregua del 16 aprile non è mai stata di fatto rispettata e sul terreno proseguono i raid israeliani a sostegno dell'invasione di terra a cui gli Hezbollah tentano di opporsi.
Nelle ultime 24 ore Israele ha ucciso 25 persone in Libano di cui 6 minori secondo il bilancio del governo libanese. Stamani l'esercito israeliano ha annunciato nuovi attacchi contro Hezbollah nel sud del paese. Poco prima aveva emesso avvisi di evacuazione per otto villaggi, riporta l'IDF su Telegram.
«Alla luce delle violazioni dell'accordo di cessate il fuoco da parte dell'organizzazione terroristica Hezbollah, l'IDF è costretta ad agire con la forza contro di essa e non intende causare danni alla popolazione», ha dichiarato il portavoce dell'esercito, il colonnello Avichay Adraee.
I media di Beirut ricordano come il nuovo round di incontri arriva dopo una serie di riunioni preparatorie tra gli ambasciatori dei due paesi negli Stati Uniti e dopo settimane di pressioni militari e diplomatiche su Beirut perché presenti «un piano credibile sulla propria capacità di disarmare Hezbollah».
Secondo il quadro negoziale sostenuto da Washington, il disarmo del movimento sciita filo-iraniano resta il dossier centrale. Israele considera la questione come premessa di qualsiasi accordo di sicurezza e guarda già alla possibilità di rapporti bilaterali più stabili con il Libano.
Le autorità libanesi puntano dal canto loro a legare ogni passo sul disarmo di Hezbollah a una riduzione concreta delle operazioni militari israeliane, al ritiro dalle aree occupate nel sud del Libano e alla fine delle incursioni quotidiane. Ma nessuna delle parti appare disposta a compiere per prima una concessione visibile.
Hezbollah, che non partecipa ai colloqui ma resta il principale attore politico-militare libanese, ha respinto il negoziato diretto con Israele e ha affermato che non accetterà eventuali risultati imposti a Washington.
Una nave al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti, nei pressi dello Stretto di Hormuz, è stata abbordata da persone non identificate e si sta ora dirigendo verso le acque territoriali iraniane, ha riferito il Centro per le operazioni commerciali marittime del Regno Unito.
L'imbarcazione è stata «abbordata da personale non autorizzato mentre era all'ancora» a 38 miglia nautiche a nord-est di Fujairah e «si sta ora dirigendo verso le acque territoriali iraniane», secondo quanto riferito.
La Global Sumud Flotilla è pronta a salpare con un convoglio di imbarcazioni diretto a Gaza dal porto di Marmaris, località della Turchia sud occidentale in provincia di Mugla e vicina all'isola greca di Rodi. Lo hanno annunciato, ieri, gli attivisti durante una conferenza stampa a Marmaris. Il convoglio sarà formato in tutto da 54 imbarcazioni ha dichiarato Sumeyra Akdeniz Ordu, attivista turca del comitato della Flotilla, spiegando che oltre a una trentina di navi giunte dalla Grecia, il convoglio pronto a partire dispone di altre imbarcazioni che già si trovavano in Turchia. Saranno circa 500 gli attivisti sulle 54 imbarcazioni diretta a Gaza.
Un tribunale federale sospende le sanzioni USA contro Francesca Albanese
Francesca Albanese, la Relatrice speciale delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati, ha annunciato che un tribunale del District of Columbia, a Washington, ha sospeso le sanzioni imposte a suo carico dall'amministrazione Trump. In un post su X, Albanese ha riferito che il giudice ha stabilito che «tutelare la libertà di parola è sempre nell'interesse pubblico», ringraziando la figlia e il marito «per essersi fatti avanti per difendermi, e tutti coloro che hanno fornito aiuto finora» in base alla considerazione che «insieme siamo Uno». Il giudice distrettuale Richard Leon ha stabilito che l'amministrazione Trump ha probabilmente violato i diritti di Albanese garantiti dal 'Primo Emendamento' quando le ha imposto sanzioni nel luglio 2025, con misure sembravano prendere di mira direttamente le sue dichiarazioni critiche nei confronti di Israele, decidendo di sospenderle in via temporanea.
Albanese ricopre il ruolo di relatrice speciale dell'ONU per i territori palestinesi dal 2022, il cui recente lavoro si è concentrato sulla campagna militare israeliana contro Hamas a Gaza. Ha accusato Israele di aver commesso «genocidio» e violazioni dei diritti umani a Gaza, e ha segnalato alcuni funzionari israeliani alla Corte Penale Internazionale (Cpi) per un eventuale processo, tra cui il premier Benjamin Netanyahu. Il marito di Albanese, Massimiliano Cali, ha intentato la causa a febbraio agendo per conto proprio, della moglie e della loro figlia, sostenendo che le sanzioni del Dipartimento di Stato del 2025 violassero i diritti di libertà di espressione della consorte. Leon, giudice nominato dall'ex presidente George W. Bush, ha rilevato che «se Albanese si fosse invece opposta all'azione della CPI contro cittadini USA e israeliani, non sarebbe stata inserita nell'elenco delle persone sanzionate ai sensi dell'Ordine Esecutivo 14203», in un parere motivato di 26 pagine. «Pertanto, l'effetto della designazione di Albanese è quello di 'punire' e, di conseguenza, di 'reprimere le espressioni sgradite'». Il giudice ha inoltre stabilito che Albanese godeva della tutela della Costituzione americana, malgrado risiedesse al di fuori del Paese, ritenendo che possedesse legami «sostanziali» con gli Usa, sufficienti a far valere i diritti garantiti dal Primo Emendamento.
Gli oppositori di Albanese l'hanno accusata di riprendere le argomentazioni di Hamas su Israele: rilievi negati dalla relatrice ONU, a partire da quelli sul sostegno ai gruppi terroristici, insieme al rigetto dell'equiparazione delle sue critiche verso Israele con l'antisemitismo.

