
È un caso alquanto anomalo, quello su cui è stata chiamata ad esprimersi lunedì scorso la Corte di Cassazione di Como. Un caso giudiziario che si è protratto per oltre cinque anni, con cinque diversi pronunciamenti di varie corti.
Riguarda un matrimonio celebrato a Como il 21 novembre 2007, tra un uomo e una donna che convivevano da vent'anni.
La particolarità di quel matrimonio è legata al fatto che, al momento del fatidico sì, il marito era in coma.
L'uomo, un avvocato comasco, aveva subito un ictus e si trovava ricoverato in una struttura di Albese con Cassano, dove un prete autorizzato dal vescovo di Como ha celebrato le nozze, alla presenza dei testimoni.
I testimoni hanno confermato che l'avvocato, finché era stato in grado di comunicare, aveva più volte espresso la volontà di sposare la compagna. Il prete ha quindi celebrato il matrimonio e la Chiesa l'ha riconosciuto.
Tutto facile con la Chiesa, ma non altrettanto con lo Stato.
Inizialmente una funzionaria dell'anagrafe ha trascritto l'atto e registrato il matrimonio anche civilmente.
Ma in seguito al decesso dell'uomo, avvenuto un anno dopo le nozze, la sorella dell'avvocato ha intentato una causa contro l'unione, a suo dire illegittima.
Così la vedova, il sacerdote e la funzionaria dell'anagrafe sono finiti sul banco degli imputati, al Tribunale di Erba. La vedova e il prete sono stati assolti, "perché il fatto non sussiste", ma la funzionaria è stata condannata a 8 mesi per falso in documenti, in quanto non avrebbe dovuto trascrivere l'atto di matrimonio. Poi, in appello, la donna è stata a sua volta assolta.
I giudici hanno però confermato la cancellazione della registrazione del matrimonio.
A questa sentenza ne sono seguite altre due, contrastanti tra loro, da parte di due altre corti.
L'ultimo atto è andato in scena lunedì, alla Corte di Cassazione di Como. I giudici, pronunciandosi sul ricorso della vedova, lo hanno dichiarato inammissibile, annullando definitivamente il matrimonio.
Che resta valido per la Chiesa, ma non per lo Stato.
La donna non ha quindi nessun diritto e ora rischia di perdere l'eredità del marito nonché di dover lasciare la casa in cui ha convissuto con lui per vent'anni.
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