
Mentre i parlamentari somali riuniti a Gibuti hanno oggi approvato ampie aperture nei confronti dell'opposizione islamica moderata, il cui leader si candida alla presidenza della Repubblica, i fondamentalisti di 'al Shabaab' (gioventù, in arabo), ritenuti il braccio armato somalo di al Qaida, hanno conquistato la strategica città di Baidoa, 245 km a nord-ovest di Mogadiscio, sede del Parlamento della Somalia, non lontana dai confini etiopici e ormai rimasta senza alcuna difesa. E' la prima drammatica conseguenza del completamento del ritiro delle truppe di Addis Abeba dalla Somalia. Sino alla fine si era ritenuto che un solido contingente etiopico sarebbe rimasto a controllare e difendere Baidoa. Ma così non è stato; e Shabaab, che da tempo la cincondava, dopo averla ampiamente infiltrata, non ha esitato a sferrare la spallata finale. Il prossimo obiettivo potrebbe essere Mogadiscio, la capitale difesa solo da qualche migliaio di soldati delle truppe di pace panafricane, mai peraltro troppo coinvolte negli scontri con la guerriglia fondamentalista. Che già controlla buona parte del sud e del centro del Paese, dove ha imposto spietatamente la 'sharia', la legge coranica. Qualche mese fa a Chisimaio - importante città del sud, con un porto strategico e un aeroporto internazionale, tutto ormai nella mani di al Qaida che vi fa transitare ciò che vuole - è stata lapidata in pubblico una tredicenne, accusata di adulterio dopo essere stata violentata. Oggi a Gibuti - non a caso il Parlamento somalo, sotto l'egida dell'Onu, si è riunito lì, Baidoa non era più sicura - i deputati hanno preso una serie di decisioni anche rilevanti, ma lente e tardive dinanzi all'incalzare degli eventi. I 220 (su 275) deputati presenti hanno approvato a larghissima maggioranza - 221 sì, 6 no e 3 astensioni - il raddoppio del numero dei parlamentari. All'opposizione islamica moderata ne andranno 200, alla 'societa' civilé 75. L'Onu ne ha preso atto con compiacimento. Ma è più una dichiarazione di principio che un atto concreto: i 200 candidati moderati non si sa ancora chi saranno (eppure, in teoria, dovrebbero giurare domani: una corsa contro il tempo); dei 75 della non meglio identificata 'societa' civilé, neanche a parlarne. Eppure questo Parlamento raddoppiato dovrebbe eleggere entro il 29, al più tardi il 31, il nuovo presidente della Repubblica, dopo le dimissione di Abdullahi Yusuf lo scorso 29 dicembre. Si profila un rinvio, e si fronteggiano due candidati (in realtà sono 16, ma gli altri non contano). Da una parte il premier e protagonista delle aperture negoziali Nur Hassan Hussein, laico e filooccidentale, dall'altra Sharif Sceikh Ahmend, il leader degli islamici moderati, fortemente sponsorizzato dai Paesi arabi. Comunque, dopo il ritiro delle truppe etioopiche, lo spettro di una Repubblica Islamica nel ventre molle del permeabile Corno d'Africa prende sempre più forma. I soldati di Addis Abeba erano entrati in Somalia alla fine del 2006, scacciandone le corti coraniche che la controllavano quasi completamente. Ma due sanguinosi anni di guerriglia non hanno sradicato la rivolta islamica, che anzi si è rafforzata, scivolando poi via via sempre più su posizioni integraliste. Pesantissimo il bilancio: dall'inizio del 2007 almeno 15.000 civili uccisi e (tra distruzioni e repressioni tragiche) un milione e mezzo di profughi che, aggiunti ai due milioni preesistenti fanno quasi la metà della popolazione somala, ridotta in condizioni che l'Onu definisce disperate. ATS
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