
I miliziani di Al Shabaab (gioventù in arabo) e i loro alleati di Hizbul Islam, il Partito dell'Islam, gruppi ritenuti legati ad al Qaida, continuano la loro avanzata vincente in Somalia: oggi è caduta Jowhar, città strategica - è stata anche capitale governativa - a 90 chilometri a nord di Mogadiscio. Evento non solo di rilievo militare (controlla i passaggi dalla capitale verso il centro ovest del Paese), ma politico. Jowhar, infatti, era il feudo del presidente del Governo federale di transizione (Tfg), il moderato Sheikh Sharif Skeikh Ahmed, appartenente al subclan Abgal, di cui fanno parte tutti gli abitanti di Jowhar. Questi, però, in pratica gli hanno girato le spalle poiché la città - malgrado notizie dicombattimenti diffuse da fonti governative - è stata abbandonata dalle forze lealiste. Sembra che queste, lì come altrove, si siano unite a quelle ribelli, consentendo agli Shabaab di penetrarvi senza incontrare alcune resistenza, né ostilità della popolazione. Un segnale politico - perché in Somalia per un leader essere abbandonato dal suo clan suona quasi come una campana a morto - molto pesante per il Tfg, ormai sempre più asserragliato nei pochi capisaldi che ancora controlla a Mogadiscio: Villa Somalia, sede della presidenza, il porto e l'aeroporto. Nella capitale, inoltre, ci sono stati oggi violenti combattimenti, soprattutto con artiglieria pesante. Gli insorti hanno colpito Villa Somalia. I governativi, per reazione, hanno tirato sul grande mercato di Bakara. Non c'è un bilancio delle vittime, comunque si tratta almeno di una quindicina di morti e una sessantina di feriti: come sempre, quasi tutti civili. Fonti indipendenti locali valutano che ormai, da quando il 7 maggio è esplosa la battaglia di Mogadiscio, i morti siano oltre 170, circa 500 i feriti e 30 mila i profughi. E anche il centro del Paese - peraltro già quasi del tutto controllato dagli Shabaab, come il sud e parte dell'est - è in fiamme. Gli integralisti stanno conquistato le ultime postazioni ancora in mano ai moderati. Da venerdì scorso una settantina di morti, un centinaio di feriti e civili in fuga. Un Paese sempre più in fiamme, e sempre più vicino a cadere nella mani di gruppi legati ad al Qaida: con potenziale enorme effetto domino per l'intera, fragilissima, regione. Il governo moderato di Sheik Ahmed, eletto a fine gennaio, era nato sotto l'egida dell'Onu, è fortemente sponsorizzato da cancellerie occidentali e Paesi arabi moderati. Ma di aiuti concreti ne sono arrivati ben pochi. E proprio ieri l'Onu aveva confermato che i tempi non erano maturi per inviare i caschi blu. Dopo qualche ora, è caduta anche Jowhar. Oggi, poi, c'é stata la defezione di un leader islamico, uno storico signore della guerra, Sheikh Yusuf Mohamed Siad (noto come Indho Ade, che vuol dire occhi bianchi), passato nel campo governativo, dopo aver giurato qualche giorno fa fedeltà al leader politico degli integralisti Sheikh Hassan Dahir Aweys. Maormai i suoi uomini e le sue armi contano poco, mentre gli Shabaab sono sempre più forti. Oltre 300 miliziani (dati Onu) arrivati dall'estero nelle ultime settimane, insieme ad armi sofisticate. Il tutto trasportato, stando a fonti concordi, da aerei eritrei. Anche se l'Asmara smentisce. ATS
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