
La Russia procede a tappe forzate verso il ritiro unilaterale dal Cfe, il trattato sulle forze convenzionali in Europa, considerato un cardine della sicurezza nel Vecchio continente: oggi la camera alta del parlamento, il Consiglio della federazione, ha ratificato il decreto col quale il presidente Vladimir Putin aveva deciso in luglio la clamorosa uscita di Mosca, in polemica con i piani americani per l'installazione in Polonia e Repubblica ceca di componenti per uno scudo anti-missile. Il testo era già passato il 7 novembre all'esame della Duma, la camera bassa, e manca ora soltanto della controfirma presidenziale. Il 12 dicembre, al termine dei 150 giorni di preavviso previsti dal trattato in caso di abbandono di un firmatario, la Russia si troverà le mani libere: anche per un progetto di riarmo definito "grandioso" dallo stesso Putin, che andrà avanti su tutti i fronti - compreso quello delle testate nucleari strategiche - fino al 2020. Il gesto del Cremlino ha un valore simbolico in un momento in cui i bombardieri strategici russi tornano a solcare i cieli e Mosca e Washington si impegnano, come nella migliore tradizione della Guerra Fredda, in un reciproco sfoggio muscolare fatto di test missilistici ed esercitazioni. All'atto pratico cambierà relativamente poco: di fatto, il Cfe - varato a Parigi nel 1990, con l'Urss di Mikhail Gorbaciov, e in vigore dal 1992 - non è mai stato ratificato dai paesi Nato nella versione aggiornata concordata a Istanbul nel 1999, perché l'Alleanza contesta a Mosca la presenza militare in Georgia (nelle repubbliche autonome secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud) e in Moldavia (nel russofono Transdnestr, che chiede la riannessione alla Federazione russa). ATS
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