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Scott Bessent: «L’UE si è unita alla pressione economica degli USA sull’Iran»
© Razieh Poudat
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Così ha scritto in un post su X il segretario statunitense al Tesoro – Da parte sua il Perù ha deciso di rompere le relazioni diplomatiche con Teheran, mentre la Corea del Sud sta valutando la possibilità di contribuire agli sforzi internazionali per garantire la sicurezza e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz – TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
2 ore fa
Il punto alle 6.00

L'Unione Europea «ha aderito ufficialmente» alla campagna di pressione economica degli Stati Uniti contro l'Iran, la cosiddetta «Operation Economic Outcast», «e apprezziamo la loro posizione ferma e tempestiva». È quanto scrive il segretario al Tesoro americano Scott Bessent in un post su X. Gli Stati Uniti «sono saldamente al fianco dei propri alleati per garantire che il sanguinario regime iraniano non possa sfruttare il sistema finanziario globale per finanziare le sue ambizioni nucleari, i programmi di armamento e i gruppi terroristici per procura. Il mondo sta inviando un messaggio chiaro al regime iraniano: non ci fermeremo finché non sarà stata recisa ogni residua ancora di salvezza finanziaria», si legge ancora. Il post, inoltre, ha un link che rimanda al comunicato dell'UE del 30 agosto, rilasciato in occasione del G20 Finanze che Bessent ha appena ospitato ad Asheville, in North Carolina. Bruxelles «rimane pronta ad adottare ulteriori misure, ove necessario» nei confronti dell'Iran «per salvaguardare la propria sicurezza e i suoi interessi, inclusa la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz», aveva riferito il comunicato, ricordando di ritenere «necessari continui sforzi diplomatici per raggiungere una soluzione pacifica, ripristinare la stabilità regionale e garantire la piena libertà di navigazione e il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz». L'UE, rimarcando di aver già adottato «ampie sanzioni» all'Iran perché evitasse di sfruttare l'economia e il sistema finanziario globali per le azioni ostili, aveva poi detto che avrebbe «collaborato strettamente con USA e altri partner del G7 e della comunità internazionale per mantenere la pressione sull'Iran e contribuire alla de-escalation e alla stabilità regionale», accogliendo con favore «gli sforzi finalizzati a garantire che l'Iran cessi le sue attività destabilizzanti e si impegni in negoziati di pace in buona fede, anche attraverso ulteriori pressioni economiche, tra cui l'Operazione Economic Outcast guidata dagli Stati Uniti».

Da parte sua il Perù ha deciso di rompere le relazioni diplomatiche con l'Iran, accusando Teheran di incitare «alla violenza e all'escalation dei conflitti» in Medio Oriente e di ostacolare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. La decisione è stata annunciata sulle sue reti sociali dal ministro degli Esteri, Carlos Espa, che ha richiamato la «vocazione pacifista» del Paese. Il governo della presidente Keiko Fujimori ha inoltre espresso «profonda preoccupazione» per le restrizioni imposte dall'Iran alla navigazione e per le ripercussioni sul commercio internazionale. Lima ha criticato Teheran anche per l'ostruzione alle verifiche necessarie a prevenire la produzione di armi nucleari e per il «deterioramento della democrazia», citando la repressione delle proteste e le limitazioni delle libertà. Nei giorni scorsi il Cile aveva annunciato la chiusura della propria ambasciata a Teheran per ragioni economiche e di sicurezza, senza tuttavia interrompere i rapporti diplomatici.

Intanto Seul sta valutando la possibilità di contribuire agli sforzi internazionali per garantire la sicurezza e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, ma non ha ancora preso alcuna decisione sull'eventuale invio di forze militari. Lo ha riferito venerdì l'ufficio presidenziale sudcoreano, citato da Yonhap. Un funzionario presidenziale ha spiegato che un eventuale contributo militare dovrà essere valutato innanzitutto alla luce della postura di prontezza difensiva della Corea del Sud sulla penisola e nel rispetto delle procedure previste dalla legge nazionale. «Stiamo pensando che potremmo essere in grado di contribuire entro i limiti che non compromettano la nostra postura di prontezza», ha detto il funzionario. Le dichiarazioni arrivano dopo le notizie secondo cui il governo starebbe valutando la possibilità di chiedere l'approvazione del Parlamento per un dispiegamento nello Stretto di Hormuz, anche con una nave di supporto al combattimento. Secondo Yonhap, il presidente statunitense Donald Trump ha recentemente aumentato la pressione su Seul affinché fornisca un contributo militare alla sicurezza dello stretto, accusando ripetutamente l'alleato di aver respinto una sua richiesta. Il funzionario ha però precisato che le discussioni non sono ancora arrivate alla fase della richiesta di approvazione parlamentare e che non è stata presa alcuna decisione definitiva sul dispiegamento. L'ufficio presidenziale ha inoltre negato che la questione di Hormuz abbia creato ostacoli nei negoziati in corso con Washington sull'attuazione dell'accordo economico e di difesa raggiunto lo scorso anno nell'ambito dell'intesa sui dazi.

Al 3 settembre, nel frattempo, le forze americane del Comando centrale (Centcom) hanno «reindirizzato 87 navi commerciali, ne hanno rese inoffensive 3 e sono salite a bordo di 2 unità per garantirne la piena conformità alle disposizioni» del blocco navale da e verso i porti dell'Iran. Lo riporta il Centcom in un post su X, allegando anche la foto di un marinaio statunitense di guardia a bordo della USS John Paul Jones, mentre il cacciatorpediniere lanciamissili prosegue «l'attività di supporto al blocco imposto dagli Stati Uniti all'Iran nelle acque della regione».

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