
Prima di partire tutti i miei conoscenti mi dicevano: “Ma cosa ci vai a fare laggiù? Perché rischiare la pelle inutilmente? Cerca di tornare vivo!”
Consigli di cuore, certo, ma dopo aver visitato alcuni mesi fa Gerusalemme - città che mi ha immediatamente colpito per la sua vitalità e la sua effervescenza - avevo un irrefrenabile voglia di scoprire meglio il Medio Oriente, di conoscere israeliani, palestinesi, giordani, siriani, drusi, circassi e tutta quella miriade di popoli che vivono nella culla della nostra civiltà.
Tra di loro ho trascorso due settimane, poche, ma sufficienti per sviluppare in me un atroce dubbio: chi sono i veri terroristi, l’ISIS o i media?
Sinceramente ora propendo per la seconda risposta. Io stesso lavoro nei media, quindi mi ritengo colpevole alla pari dei miei colleghi. E devo riconoscere che con il nostro terrorismo mediatico stiamo mettendo in ginocchio popolazioni pacifiche, dinamiche, creative, piene di voglia di vivere. Al contrario di noi europei che sembriamo compiacerci nell’eterno lamento.
Partiamo dalla Giordania, un paese stupendo abitato prevalentemente da arabi ma guidato dai beduini. Nel regno di Abd Allah II non vi è stato finora nessun attentato jihadista, fatta eccezione di una sparatoria sul confine siriano, qualche settimana fa, che è costata la vita ad alcuni soldati giordani. Non vi è stata neppure la Primavera araba dato che, contrariamente a quanto accaduto nei Paesi vicini, al sorgere delle richieste di maggiore libertà il sovrano si è recato personalmente in piazza, ha ascoltato la gente, ha preso in considerazione le loro richieste ed ha così stroncato sul nascere qualsiasi forma di protesta.
Eppure, nonostante il terrorismo sia completamente estraneo alla Giordania, il paese attraversa gravi difficoltà economiche proprio a causa del terrorismo. Fino al 2010 a Petra, uno dei posti più spettacolari al mondo, arrivavano tra i 4'000 e i 5'000 turisti al giorno. Oggi se ne contano tra 200 e 300, quando va bene. Facile immaginare le pesanti ripercussioni che questo calo ha avuto su tutti coloro che di turismo vivevano. Tra i principali alberghi che circondano l’ottava meraviglia del mondo, quasi la metà ha già chiuso i battenti. Gli altri resistono solo perché fanno capo a grandi catene internazionali, come la nostra Mövenpick. La maggior parte delle guide turistiche, degli autisti e dei ristoratori ha dovuto cercarsi un altro lavoro, impresa per nulla facile in una zona dove la terra arida, la lontananza dai grandi centri e le difficoltà di commercio con l’Occidente limitano notevolmente il ventaglio di possibili attività economiche.
Ho incontrato molta gente economicamente disperata. Ma che non ha perso il sorriso, continua a vivere, a guardare avanti, a confidare in un futuro migliore. Inshallah.
Un discorso simile vale anche per Israele, dove l’ISIS fatica a infiltrarsi ma dove esiste pur sempre il più artigianale terrorismo palestinese. Che colpisce, bisogna dirlo, praticamente solo la popolazione locale e non gli stranieri. Lì il calo del turismo è più contenuto solo grazie alla fedeltà dei milioni di ebrei sparsi nel mondo e ai pellegrini che continuano a confidare in Dio. Ma anche in Terra santa molti operatori turistici hanno perso il lavoro, a causa dei continui report giornalistici che dipingono il Paese come una grande polveriera.
In realtà in pochi posti al mondo mi sono sentito più sicuro che in Israele, dove a saltare all’occhio sono piuttosto la grande creatività, la voglia di vivere, le espressioni artistiche di ogni forma, la fratellanza, l’apertura mentale. La situazione non è certamente facile – mentre mi trovavo lì un terrorista palestinese ha accoltellato a morte una ragazzina 13enne mentre dormiva nella sua camera da letto, un altro ha ucciso un padre di famiglia mentre viaggiava in auto con sua moglie e due dei suoi figli, un altro ancora ha fatto irruzione in un mercato ferendo gravemente due persone, un razzo lanciato da Gaza ha distrutto un asilo nido israeliano, solo per citare gli episodi più eclatanti. Ma non ho mai sentito nessuno, proprio nessuno, dire: “Gli arabi bisognerebbe ucciderli tutti”, una frase che invece sento molto spesso nella nostra Europa. Lì la gente comune non coltiva l’odio, ma la voglia di vivere, di convivere con i vicini e di progredire.
Per non parlare poi di Majdal Shams, paese situato nelle alture del Golan, proprio sul confine siriano, abitato da alcune migliaia di drusi. Cosa ho visto a due passi dal terreno di guerra? Bambini che giocano a pallone lungo la ramina che delimita il confine, operai che lavorano assiduamente per sviluppare il paese, contadini che lavorano la terra con passione, giovani che affollano i bar ridendo, scherzando e flirtando come se fossero dall’altra parte del mondo. Ogni tanto sentono qualche rombo, qualche esplosione proveniente dalla vicina Siria, dove quasi tutti hanno ancora dei parenti. Ma non si abbattono, anzi. Forse sono proprio le bombe a dare loro questa incredibile energia.
Penso che noi europei avremmo molto da imparare da loro. Per questo, invece di chiuderci a riccio per paura di un ISIS che è più mediatico che reale, sarebbe bello se riuscissimo a far sentire loro il nostro sostegno andando da loro in vacanza. Perché da offrire non hanno solamente posti bellissimi, ma anche una grande ed esemplare umanità.
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

