
Un operaio che fabbrica scarpe da ginnastica in Cina dovrebbe lavorare quattro mesi per pagarsi l'ingresso alla cerimonia d'apertura dei Giochi Olimpici di Pechino. La frase è evidenziata nel rapporto realizzato per la campagna 'Play Fair 2008', lanciata dalla Confederazione internazionale sindacale (Csi) e dalla Federazione internazionale dei lavoratori del tessile, cuoio e abbigliamento, sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche di calzature e abbigliamento sportivo in Cina, India, Thailandia e Indonesia. "I lavoratori che fabbricano abbigliamento o scarpe venduti da leader del mercato come Adidas, Asics, New Balance, Nike e Puma sono pagati una miseria, mentre le società realizzano profitti di centinaia di milioni fino a miliardi di dollari", ha denunciato Neil Kearney della Federazione internazionale dei lavoratori tessili. Realizzato sulla base di oltre 300 testimonianze di chi nei Paesi asiatici lavora nelle fabbriche che realizzano prodotti sportivi di marchi famosi, compresi gli sponsor dei Giochi Olimpici, il rapporto mette in evidenza non solo i bassi salari, ma anche le condizioni particolarmente dure di lavoro e i seri rischi per la salute, "senza nessun vero progresso" rispetto a quanto denunciato in occasione dei Giochi di Atene. Stando al rapporto, ci sono lavoratori asiatici che incollano decine e decine di scarpe da ginnastica per meno di due dollari al giorno e altri che cuciono palloni da football per mezzo dollaro al pezzo. Ci sono fabbriche di calzature sportive dove il salario non supera i 71-86 dollari al mese e di questi 22 dollari vengono ritirati per un alloggio dove ogni camera è divisa tra dodici persone con docce e toilette comuni e non ad ogni piano. E gli ultimi arrivati, talvolta, non ricevono più di 41 dollari al mese. In diverse fabbriche i lavoratori ignorano di essere coperti da assicurazione in caso di ferite o incidenti sul lavoro, non hanno riposo settimanale e le ore di straordinari, come in Cina, possono essere fino a 232 al mese con un salario che è meno della metà di quello legale. Tutto questo avviene, sottolineano gli organizzatori della campagna, nonostante il codice di condotta adottato da più di 15 anni dalle grandi marche di abbigliamento e di calzature sportive. Guy Ryder, segretario generale della Csi, critica anche il Comitato internazionale olimpico. "Cinque anni dopo il primo contatto con il Cio, nessun impegno concreto è stato preso" di fronte alle violazioni dei diritti dei lavoratori. ATS
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