
Il Papa e la Chiesa appoggiano "posizioni realmente ragionevoli" per il processo di pace in Medio Oriente. "Questo abbiamo già fatto e vogliamo fare in futuro", dice Papa Ratzinger ai giornalisti mentre vola verso Amman, precisando che la Chiesa può svolgere questo ruolo perché "non è un potere politico ma una forza spirituale", e non essendo parte politica "più facilmente può aiutare a vedere i criteri veri e ciò che serve realmente alla pace". Il dodicesimo viaggio internazionale di Benedetto XVI comincia quando già è noto che a breve i responsabili politici israeliani e palestinesi incontreranno il presidente Obama. La faticosa ricerca di una soluzione al conflitto israelo-palestinese è in una fase delicata e forse cruciale, e così anche appena arrivato ad Amman, dove viene accolto con tutti gli onori dal re Abdallah e dalla regina Rania, il Papa ci tiene a ricordare il ruolo di "prima linea" della Giordania nel sostenere "gli sforzi per trovare una giusta soluzione al conflitto israelo-palestinese", e apprezza l'accoglienza giordana ai rifugiati dell'Iraq e il tentativo giordano di "tenere a freno l'estremismo". Con forza il pontefice chiede anche il rispetto della "libertà religiosa" e dei "diritti inalienabili" e elogia l'islam dialogante degli hascemiti, impegnato a favorire la "alleanza tra il mondo occidentale e quello musulmano smentendo le predizioni di coloro che considerano inevitabili la violenza e il conflitto". Libertà religiosa vuol dire anche che in Giordania i cristiani possono costruire nuove chiese (cinque, per le diverse confessioni sorgeranno nel sito giordano del battesimo di Gesù), e il Papa ci tiene ad "esprimere quanto sia apprezzata questa apertura". La cerimonia di benvenuto nell'aeroporto della capitale e nel pomeriggio la visita che il pontefice rende ai sovrani nel palazzo reale sugellano un clima di collaborazione e stima reciproca, richiamato anche da Abdallah II, che non manca di citare l'identità di Gerusalemme e la tutela dei luoghi santi, e il diritto del popolo palestinese a "vedere la fine dell'occupazione". Come è noto il re ha recentemente incontrato a Washington sia il presidente Obama che il segretario di Stato Hillary Clinton e si è impegnato a collaborare a una nuova stesura del piano saudita. Al centro della trattativa, in cui il re ha coinvolto il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen e il ministro degli esteri siriano, Walid Al Muallim, l'ipotesi - sostenuta dalla Casa Bianca - di concedere la cittadinanza ai profughi palestinesi presenti nei diversi Paesi di residenza nella regione oppure di consentire loro di spostarsi nei Territori occupati da Israele nel 1967 e che dovrebbero far parte del futuro Stato autonomo palestinese. Può essere vicino a questo scenario un punto di convergenza tra le forze moderate mediorentali, anche israeliane, e nonostante la svolta a destra con il governo Netanhyau? Abdallah è convinto che se non si arriverà a uno Stato palestinese entro il 2009, le forze estremiste e violente potrebbero avere il sopravvento e lo sforzo di pace del dialogante 43.mo successore di Maometto è apprezzato e seguito con interesse dalla Santa Sede. Pace per il Medio Oriente per il Papa dovrà comunque significare anche la possibilità che i cristiani "restino in Terrasanta e Medioriente", e per questo, ha detto in aereo, non basta "l'incoraggiamento", servono "cose concrete, aiuti concreti", come "scuole, ospedali", educazione. Così i cristiani troveranno "il coraggio, l'umiltà e la pazienza di restare in questi Paesi e offrire il loro contributo per il futuro". I cristiani in Medio oriente nel 1947 erano il 6,8 per cento e nel 2006 si erano ridotti all'1,6 della popolazione; nello stesso periodo in Libano sono passati dal 53 al 40 per cento, in Iraq dal 3,2 all'1,4, in Siria dal 14,2 all'8 per cento, in Giordania dall'8,3 al 2,7 per cento. ATS
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