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Estero
Pakistan: civili in fuga da Swat, si teme tragedia
Redazione
17 anni fa

La volontà del Pakistan di ristabilire con l'aiuto delle forze armate la propria autorità sulla tribolata Valle dello Swat, da febbraio in mano ai talebani più radicali, ha dato frutti ma non ha potuto evitare l'esplosione di una emergenza legata ad un esodo massiccio di popolazione civile. Una crisi che ha preso in pochi giorni dimensioni tali da spingere le autorità pachistane ed i portavoce degli organismi umanitari, fra cui l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), a lanciare un vibrante allarme per organizzare l'assistenza ad una massa umana priva di tutto che potrebbe raggiungere e superare il milione di persone. Non c'é accordo sulle dimensioni del fenomeno, ma è ovvio che fra attentati kamikaze - oggi l'ennesimo ha causato a Darra Adamkhel (provincia della frontiera nord-occidentale) 12 morti - e le offensive militari, è praticamente impossibile una contabilità reale dei profughi. Secondo l'Unhcr, fra vecchi profughi (550.000), nuovi e potenziali, la cifra si aggirerebbe sul milione, mentre per il ministro dell'Informazione della provincia della frontiera del nord-ovest, Mian Iftikhar Hussain, si tratterebbe di almeno 1,15 milioni di uomini, donne e bambini. Lo Swat ed i vicini distretti di Lower Dir e Buner, dove è massimo il confronto fra esercito e commando di militanti islamici più radicali, sono off limits per la stampa, per cui le uniche informazioni provengono da fonti ufficiali. Il comunicato quotidiano del servizio stampa militare ha indicato oggi che 52 talebani sono stati uccisi nelle ultime 24 ore, ma il ministro dell'Interno Rehman Malik ha ampliato il dato sostenendo che "700 militanti hanno perso la vita nelle ultime due settimane", mentre è di 20 il numero dei soldati deceduti nello stesso periodo. Da qualche giorno però, il crepitio delle armi e il fragore delle bombe è stato coperto dall'impressionante crescita dell'esodo degli abitanti dei distretti in conflitto che a piedi, o a bordo di risciò, automobili, autobus e camion, cercano rifugio lontano dalle zone dove la vita non ha più alcun valore. Una delle zone prescelte è il campo di Jalala (distretto di Mardan), vicino a Peshawar. Per arrivare fin qui una famiglia di 20 persone dal Buner è stata costretta a pagare 200 euro, mentre un profugo di Mingora, maggiore città dello Swat, ha viaggiato con la famiglia su un risciò per sette ore. Sia l'Unhcr, sia l'altro organismo dell'Onu che coordina gli aiuti ai profughi del Pakistan, l'Ocha, hanno avvertito la comunità internazionale che se non si blocca il flusso di questi profughi, il dramma si trasformerà presto in tragedia. Mancano infatti già ora generi di prima necessità nei numerosi campi della provincia della frontiera di nord-ovest (Mardan, Swabi, Charasadda, Nowshera, Peshawar e Shangal) ed il premier Yousuf Raza Gilani, impotente, ha annunciato una conferenza di paesi donatori per raccogliere raccogliere fondi. Jeff Hall, responsabile della ong World Vision, ha riferito oggi che a Swabi "con temperature di 40 gradi,mancanza di elettricità e servizi igienici, la vita dei rifugiati è letteralmente un inferno". "E molte famiglie con i loro bambini - ha sottolineato - hanno camminato per giorni per raggiungere una situazione come questa". Ma vi sono altre ragioni che spingono i profughi a sistemarsi fuori dai campi. Una è la promiscuità esistente in essi. "Le nostre donne - hanno spiegato molti capi famiglia agli operatori dell'Onu - indossano strettamente la 'purdah' (velo che copre il viso) ed il fatto di vivere in tende con persone estranee è assolutamente inconcepibile". ATS

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