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Offerti a Fabrizio Corona file rubati su Messina Denaro
Keystone-ats
3 anni fa
Secondo gli inquirenti, due uomini avrebbero cercato di vendere al fotografo centinaia di file top secret sulla cattura del capomafia trafugati da un carabiniere.

I carabinieri l'hanno atteso fuori dalla sua casa di Milano fino a notte fonda e quando è rientrato gli hanno notificato un decreto di perquisizione e un avviso di garanzia per tentata ricettazione nell'ambito di una inchiesta sul boss Messina Denaro. Protagonista dell'ultimo capitolo delle indagini sul capomafia è Fabrizio Corona, il fotografo dalle alterne vicende giudiziarie. E' andata decisamente peggio agli altri due personaggi coinvolti nell'indagine: un carabiniere e un consigliere comunale di Mazara del Vallo a cui la Direzione distrettuale antimafia di Palermo contesta l'accesso abusivo al sistema informatico dell'Arma, la violazione di segreto d'ufficio e la ricettazione. Per entrambi sono stati disposti gli arresti domiciliari.

La vicenda

Ma che cosa centra Corona con il padrino di Castelvetrano? Secondo gli inquirenti, il militare e il complice avrebbero cercato di vendergli centinaia di file top secret sulla cattura del capomafia trafugati dal carabiniere. Il fotografo, contattato dal consigliere comunale, gli avrebbe detto di rivolgersi a un amico, il giornalista e direttore del sito Mow Moreno Pisto. L'inchiesta nasce dalle intercettazioni disposte a carico di Fabrizio Corona nei mesi scorsi. Dopo la cattura dell'ex latitante, il fotografo venne in possesso di una serie di audio di chat tra il boss e alcune pazienti da lui conosciute in clinica durante la chemioterapia quando, ancora ricercato, usava l'identità del geometra Andrea Bonafede. La circostanza spinse i magistrati a mettergli sotto controllo il telefono. Così gli inquirenti il 2 maggio scorso riuscirono a registrare una conversazione in cui il fotografo faceva riferimento a uno "scoop pazzesco" di cui era in possesso un consigliere comunale, poi identificato, grazie a non meglio specificati carabinieri che avevano perquisito i covi del capomafia e che volevano vendersi il materiale. Nei giorni successivi Corona ha continuato a manifestare l'intenzione di rivendere il materiale che il politico gli avrebbe procurato. Accenni che non consentivano ancora ai pm di comprendere cosa stesse accadendo, ma che erano quanto meno sospetti.

Cosa è emerso

Intanto il 25 maggio Pisto, il consigliere comunale e il fotografo si sono incontrati. In quell'occasione il giornalista di Mow, con uno stratagemma, è riuscito in segreto a fare copia dei file a lui mostrati e offerti dal politico. Visionatili e resosi conto della delicatezza del materiale si è rivolto a un collega che gli ha consigliato di parlare con gli investigatori. Pisto è andato a quel punto alla Mobile di Palermo e ha raccontato tutta la vicenda. Sulla base delle sue testimonianze i magistrati hanno cominciato a indagare e hanno scoperto, attraverso accertamenti informatici, che i documenti copiati dal giornalista a insaputa del consigliere erano stati rubati e che l'autore del furto era l'agente sopracitato, che aveva lasciato tracce del suo "ingresso" nel sistema e che era uno dei soli due ufficiali che avevano avuto accesso al server della Stazione di Campobello (l'altro carabiniere è risultato estraneo ai fatti). Continuando a indagare gli inquirenti hanno inoltre scoperto che il carabiniere aveva rapporti di frequentazione con il consigliere. Il tentativo di piazzare i file è stato così sventato e sono state chiarite a quel punto le parole di Corona intercettate a maggio. "Ho fatto il mio lavoro e mi sono comportato da cittadino onesto e corretto e nonostante tutto eccomi ancora qua in questa situazione", la difesa che il fotografo ha affidato al suo legale Ivano Chiesa. "Ogni giorno qualcuno gli propone cose, che lui rifiuta, fa soltanto il suo lavoro, cerca gli scoop, e ciò che mi amareggia è che quando c'è di mezzo Corona il diritto e la realtà vengono storpiati", commenta l'avvocato.

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