
Le misure del terzo lockdown nazionale britannico “sembrano aver ridotto l’indice Re” di diffusione del Covid nel Regno Unito sotto la soglia 1, ma non vi sono ancora dati sufficientemente rassicuranti per “riaprire la nostra società e la nostra economia”. Lo ha detto il premier Boris Johnson in uno statement di aggiornamento ai Comuni sull’emergenza coronavirus nel quale ha tra l’altro formalizzato la decisione di imporre l’obbligo di quarantena in strutture alberghiere sorvegliate per chiunque rientri da 22 Paesi (del Sudamerica e dell’Africa meridionale, oltre al Portogallo) per allontanare il rischio d’importazione delle temute nuove varianti brasiliana e sudafricana del virus.
Johnson ha ribadito che la situazione sull’isola resta al momento “pericolosa”, come confermano i numeri su morti e “gli oltre 37’000 pazienti” ricoverati oggi negli ospedali per Covid. Ha quindi rinviato al 22 febbraio la presentazione di un piano del governo in cui dovranno essere indicate le condizioni per un graduale alleggerimento delle restrizioni attuali e un’uscita dal lockdown. Mentre ha aggiunto che le scuole non saranno riaperte neppure dopo la fine delle tradizionali vacanze di febbraio, e almeno fino al 6 marzo.
Il premier Tory si è poi scontrato con il leader dell’opposizione laburista, Keir Starmer, sulla possibile anticipazione delle vaccinazioni agli insegnanti e al personale scolastico a febbraio. Una proposta avanzata dal Labour, ma che secondo Boris Johnson significherebbe un’intromissione politica nell’indicazioni di priorità suggerite al governo dai consulenti scientifica della Commissione sui vaccini, che privilegiano fino a marzo le persone anziane, i malati più vulnerabili e il personale sanitario. Al riguardo il primo ministro ha quindi sfidato Starmer a dire quali di costoro dovrebbero essere scavalcati e privati temporaneamente del vaccino, secondo il Labour, per avvantaggiare e anticipare la copertura immunitaria fra i docenti.
Johnson nel successivo dibattito ha polemizzato anche con altri esponenti dell’opposizione. In particolare con il capogruppo degli indipendentisti scozzesi dell’Snp, Ian Blackford, accusandolo di alimentare le divisioni fra le nazioni del Regno in piena pandemia, di fronte a un emergenza che solo un Paese unito può affrontare, e di alzare i toni - “in un momento come questo” - sulla richiesta di un nuovo referendum sulla secessione della Scozia nel Regno dopo quello perduto nel 2014.
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