

Il segretario di Stato Marco Rubio ammette che ci siano «tensioni in Cisgiordania» ma esclude che gli Stati Uniti impongano sanzioni ai coloni israeliani.
«Ovviamente, non faremo ciò che ha fatto il Regno Unito», ha detto Rubio prima di partire per l'America Latina. «Non vogliamo vedere nulla che destabilizzi la situazione in Cisgiordania in questo momento, visto tutto ciò che sta accadendo nella regione», ha messo in evidenza.
«Le affermazioni del ministro degli Esteri britannico sono scandalose e false. Le azioni intraprese dal governo laburista sono motivate da politica interna in vista del congresso del partito''. L'ha affermato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar in una conferenza sulla decisione del Regno Unito di imporre sanzioni contro prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti.
''È un palese tentativo di interferire nella politica israeliana nella campagna elettorale. Interessante che il governo laburista non abbia imposto sanzioni all'Autorità palestinese per il loro sostegno ai terroristi con il meccanismo 'pay for slay'''.
Sa'ar ha aggiunto che anche ''migliaia di palestinesi verranno colpiti dalle sanzioni economiche britanniche perché lavorano negli insediamenti».
Il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme; l'espulsione dei rappresentanti del Regno Unito nel centro di coordinamento del Board of Peace a Kiryat Gat e della forza 'British support team' a Ramallah, che addestra forze dell'Autorità palestinese; il divieto di ingresso di 12 funzionari di Londra "attivi nel boicottaggio e nella delegittimazione contro Israele", in risposta alle sanzioni del Regno Unito sui prodotti dei coloni israeliani in Cisgiordania.
«Mi sono rivolto al primo ministro perché chiuda oggi stesso il Consolato britannico a Gerusalemme Est, che opera apertamente per conto dell'Autorità Palestinese. Questa deve essere la risposta decisa di Israele all'audacia britannica».
Lo ha scritto il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir in risposta alla decisione del Regno Unito di imporre sanzioni ai prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha convocato una conferenza stampa per il pomeriggio.
Dodici Paesi, tra cui Francia, Regno Unito e Canada, intendono «imporre sanzioni al commercio di beni con gli insediamenti illegali» di Israele in Cisgiordania.
Vogliono in tal modo protestare contro le violenze commesse dai coloni ai danni dei palestinesi e contro l'espansione degli insediamenti, secondo un comunicato congiunto dei rispettivi ministri degli Esteri.
«Oggi, Francia, Regno Unito, Canada, Danimarca, Spagna, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia confermano la loro intenzione di imporre restrizioni nazionali al commercio di beni con gli insediamenti considerati illegali dal diritto internazionale e/o di sostenere restrizioni europee in tal senso, oppure dichiarano di stare seriamente valutando l'adozione di tali restrizioni o di altre misure, conformemente alle rispettive procedure nazionali», si legge in un comunicato congiunto.
Per il Regno Unito si tratta di una svolta del governo laburista del nuovo premier Andy Burnham rispetto a quello precedente di Keir Starmer, a costo di sfidare l'ira dello Stato ebraico e dell'amministrazione Usa di Donald Trump. Intervenendo alla Camera dei Comuni, il ministro degli esteri britannico, Ed Miliband, ha accusato Israele di «chiudere gli occhi» rispetto a una «pulizia etnica» in corso in Cisgiordania.
«La Cisgiordania è sull'orlo dell'esplosione», per questo «la Francia metterà fine al commercio con le colonie israeliane situate nei Territori palestinesi occupati, insieme con altri 11 paesi che hanno preso impegni dello stesso tipo», ha da parte ua annunciato il ministro degli esteri francese, Jean-Noel Barrot, in una nota.
In un post su X che accompagna la dichiarazione congiunta dei 12 Paesi, Barrot spiega che Parigi ha deciso di aderire «perché la Cisgiordania è sull'orlo dell'esplosione: espansione sfrenata della colonizzazione, in violazione del diritto internazionale; impennata delle violenze commesse dai coloni estremisti contro i palestinesi; atti di terrore denunciati dalle stesse autorità israeliane. Questa situazione deleteria viola gravemente la dignità del popolo palestinese. Mette a repentaglio la sicurezza di Israele, alla quale la Francia è indissolubilmente legata. Compromette la soluzione dei due Stati, l'unica alternativa a uno stato di guerra permanente. Nessuna pace duratura è possibile in Medio Oriente senza che la sicurezza di Israele sia rigorosamente garantita».
«L'attacco terroristico del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, il peggior massacro antisemita dalla Shoah, durante il quale più di cinquanta nostri connazionali hanno perso la vita - continua Barrot - è una ferita immensa e indelebile, che non si può minimizzare o relativizzare. Le autorità israeliane devono porre immediatamente fine alla colonizzazione illegale e alle intollerabili violenze che la accompagnano. La Francia - conclude il ministro - non può, attraverso i propri scambi commerciali, sostenere una situazione che minaccia la sicurezza sia degli israeliani sia dei palestinesi, oltre alla pace e alla stabilità nella regione. L'Europa deve fare altrettanto».
L'emiro di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in una telefonata di 45 minuti alla fine di settembre 2023, che il leader di Hamas a Gaza Yahya Sinwar stava pianificando «un terremoto» contro Israele.
Lo rivela un'inchiesta di Haaretz oggi in cui vengono anticipati estratti di un nuovo libro del giornalista Shlomi Eldar sui retroscena delle trattative per la liberazione dei 251 ostaggi israeliani rapiti durante l'attacco del 7 ottobre 2023. L'ufficio del premier israeliano però nega.
Secondo la ricostruzione dell'inchiesta, basata su fonti anonime straniere e israeliane, l'avvertimento di bin Zayed partì dalle conversazioni tenute a settembre 2023 con Sinwar da parte di un intermediario palestinese noto con il soprannome «Occhi neri», un dirigente di Fatah con fluente conoscenza dell'ebraico e rapporti sia con Hamas sia con lo Shin Bet, i servizi di intelligence interna israeliani.
In quel periodo il governo israeliano, che si era insediato a fine 2022, stava trattando segretamente attraverso questa intermediazione per raggiungere una «hudna» con Hamas, ossia un accordo di tregua a lungo termine che includeva la graduale rimozione del blocco su Gaza, la creazione di una zona industriale nel nord della Striscia, l'aumento dei permessi di lavoro ai palestinsi, la fornitura di gas naturale alla Striscia.
La trattativa ambiva a essere ultimata con il rilascio di due civili israeliani vivi e dei corpi di due soldati uccisi, in cattività a Gaza da anni, in cambio del rilascio di 30 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, tra cui 20 ergastolani. I negoziati si erano arenati ad agosto 2023, in quanto Netanyahu rimandava la convocazione della commissione ministeriale necessaria per approvare il rilascio.
A inizi settembre, riporta Haaretz citando una fonte dello Shin Bet, Sinwar scomparve e smise di trattare con gli israeliani. In seguito, avrebbe chiesto all'intermediario di trasmettere il messaggio agli israeliani che se non si andava avanti, avrebbe scatenato un «terremoto» («zilzal» in arabo). L'intermediario riferì il messaggio in primis a bin Zayed, attraverso il consigliere palestinese dell'emiro di Abu Dhabi, emigrato anni addietro da Gaza, di cui l'inchiesta non rivela il nome ma il cui profilo sembra rispondere a Mohammad Dahlan.
Il 15 settembre 2023, il consigliere palestinese di bin Zayed trasmise l'avvertimento allo Shin Bet, il cui capo avrebbe informato Netanyahu e convocato una riunione di sicurezza il 17 settembre, raccomandando un'azione militare decisiva per l'eliminazione di Sinwar. Secondo le fonti, Netanyahu chiese allo Shin Bet di presentargli un piano e la decisione fu posticipata.
A fine settembre, dieci giorni prima dell'attacco, bin Zayed avrebbe telefonato direttamente a Netanyahu. Nella stessa settimana, secondo quanto rivelato da Yediot Ahronot ancora nel 2023, anche il ministro dell'Intelligence egiziano, il generale Abbas Kamel, avvertì Netanyahu che Hamas stava preparando «qualcosa di insolito in arrivo». Secondo quanto riportato dalle inchieste, nessuno avrebbe segnalato espressamente che il «terremoto» di cui si parlava sarebbe venuto da dentro Gaza, bensì dalla Cisgiordania. Lo Shin Bet, riporta Haaretz, partì da una valutazione ancora più errata, sostenendo che Hamas stava cercando di «mettere le mani su Elisabeth Tsurkov», ricercatrice israeliana rapita in Iraq sei mesi prima.
L'ufficio del premier Netayahu ha smentito che sia avvenuta una telefonata con il presidente emiratino in quel periodo, così come il capo dello Shin Ben e del Mossad di allora hanno affermato ad Haaretz di non essere mai stati informati di un avvertimento di bin Zayed. La presidenza emiratina ha rifiutato di commentare quanto riportato da Haaretz.
L'ufficio del premier Benjamin Netanyahu ha definito le indiscrezioni «una menzogna totale». «Il Primo Ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti nel periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua», ha dichiarato l'ufficio, citato dai media israeliani tra cui Times of Israel.
L'agenzia di stampa yemenita Ansarollah, sostenuta dall'Iran e affiliata agli Houthi, ha dichiarato che i ribelli hanno colpito obiettivi nell'Arabia meridionale.
«Droni e missili yemeniti martellano il nemico saudita», ha scritto Ansarollah su Telegram, aggiungendo in un altro post che gli attacchi hanno colpito l'aeroporto internazionale di Abha, la base aerea King Khalid e le strutture del colosso petrolifero statale Aramco ad Abha e Jizan.
La serie di attacchi degli Houthi ha ferito 73 civili nell'Arabia Saudita sudoccidentale, ha poi annunciato la coalizione guidata da Riyad, alleata del governo yemenita.
La coalizione ha promesso ritorsioni contro il gruppo ribelle filo-iraniano. Gli attacchi hanno preso di mira «siti civili ed economici» nelle città di Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran, ha scritto il portavoce della coalizione, generale Turki Al-Maliki, che ha promesso «tutte le misure e le azioni necessarie per affrontare le fonti della minaccia e neutralizzare il pericolo che rappresentano».
«I prezzi del petrolio crolleranno quando vinceremo la guerra con l'Iran». Lo ha detto Donald Trump sul suo social Truth. «Tre dollari al gallone, alla fine a due dollari al gallone. Succederà rapidamente, e l'Iran non avrà mai l'arma nucleare», ha messo in evidenza Trump.
L'escalation militare a lungo annunciata da Israele contro le roccaforti civili e militari di Hezbollah, il partito di resistenza armata sostenuto dall'Iran, mostra oggi la sua punta più sanguinosa e visibile nel contesto formale di un «cessate il fuoco» sempre più evanescente: circa 30 persone uccise in 72 ore nel sud del Libano, tra cui neonati, soccorritori e combattenti del partito di Dio.
Sul terreno compaiono intanto nuove strade e terrapieni militari israeliani, un segnale, secondo analisti libanesi, della volontà dello Stato ebraico di restare a lungo come forza occupante nel sud del Libano. Israele giustifica l'inasprimento dei raid come risposta ad attacchi di Hezbollah: contro soldati israeliani che si trovano però in pieno territorio libanese e che con la loro stessa azione violano il cessate il fuoco.
L'escalation sta maturando a poche settimane dagli attesi nuovi negoziati di Roma, mediati da Washington tra Beirut e Israele, e nel contesto di una tensione regionale crescente tra fronte americano e iraniano che si estende da Hormuz a Bab al-Mandab.

