
Nessun allarmismo per i profughi climatici: contrariamente agli scenari apocalittici avanzati in passato e spesso ancora citati nei prossimi tempi non è da attendersi un gigantesco fenomeno migratorio, sostiene Benjamin Schraven, esperto presso il Deutsches Institut für Entwicklungspolitik (istituto tedesco di politica dello sviluppo) di Bonn.
"Non è il caso di lasciarsi andare andare alla spensieratezza, perché il cambiamento climatico è reale", mette in guardia lo specialista in un'intervista pubblicata oggi da Tages-Anzeiger e testate consorelle. "Ma lo scenario dell'horror dell'arrivo di milioni di profughi climatici non si verificherà in un prevedibile futuro".
Secondo Schraven le previsioni avanzate dai colleghi in passato sono sconcertanti. "La stima finora più diffusa, che non si riesce a far dimenticare, è di 200 milioni di profughi climatici entro la metà del 21esimo secolo". Essa risale al 1995, quando la scienza non era ancora così avanti: i parametri che sono stati assunti come base sono fuori dalla realtà, ma il numero di 200 milioni viene tuttora citato, anche da istituzioni internazionali, sottolinea il ricercatore.
Gli studi effettuati negli ultimi 10-15 anni in Africa, nel sudest asiatico e nelle isole del Pacifico mostrano che le situazioni sono molto più complesse di quanto si ritenesse. Vi sono effettivamente luoghi in cui le persone fuggono per motivi ecologici, come nel Corno d'Africa: la tendenza alla siccità probabilmente aumenterà, con i cambiamenti climatici, ma pure lì la gente se ne va perché in generale vive in condizioni fragili, caratterizzate da violenze e dalla mancanza di istituzioni statali, osserva Schraven.
L'esperto fa inoltre presente che non esiste una definizione riconosciuta di profugo climatico. "La situazione è complessa, perché insieme ai fattori ambientali vi sono le motivazioni sociali, culturali e relative ai conflitti che spingono alla migrazione e alla fuga", sottolinea.
"L'allarmismo non porta a niente", sintetizza Schraven. "Dovremmo per contro occuparci di questioni quali la povertà e le cosiddette 'trapped populations'", quelle popolazioni "intrappolate" che vorrebbero migrare ma non hanno la possibilità di farlo.
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