
L'Afghanistan ha bisogno di una soluzione complessiva, che non preveda solo l'opzione militare ma che coinvolga in pieno la società civile, per chiudere il suo lungo e sanguinoso conflitto. E al fine di costruirla Anders Fogh Rasmussen ha indossato il vestito di nuovo segretario generale della Nato e si è recato oggi a sorpresa a Kabul per il suo primo viaggio ufficiale all'estero. Un viavai più intenso del solito di elicotteri e di aerei ha impegnato di primo mattino il cielo sereno della città, in attesa dell'illustre ospite che appena arrivato ha avviato una fitta serie di colloqui prima con i vertici dell'Isaf, la forza internazionale in Afghanistan sotto comando statunitense, e poi con il presidente Hamid Karzai, che il 20 agosto chiederà agli elettori l'appoggio per un secondo mandato. Proprio l'imminenza del voto, la violenza ricorrente, i bilanci di vittime civili in aumento, ed i complicati problemi della sicurezza quotidiana e pre-elettorale devono aver consigliato Rasmussen di realizzare la visita per esporre il suo pensiero sul futuro della presenza militare straniera in Afghanistan ai diretti interessati. Dopo un incontro durato più del previsto con Karzai, il responsabile della Nato ha ribadito nel corso di una conferenza stampa i concetti manifestati nel discorso di investitura di lunedì a Bruxelles. E in primo luogo quello secondo cui le forze militari Nato, statunitensi ed internazionali, "resteranno nel paese fino a quando non sarà stato raggiunto l'obiettivo" di una pacificazione nazionale. Nel contempo, però, siccome è necessario realizzare una progressiva afghanizzazione dell'apparato della sicurezza su tutto il territorio, Rasmussen ha annunciato la costituzione a Kabul di una nuova missione di addestramento che avrà il compito di rafforzare e, se possibile, accelerare la formazione delle forze di polizia e militari afghane. Accanto ad un capo dello Stato afghano sorridente e sicuro di vincere le elezioni al primo turno, l'ex premier danese ha sottolineato che "siccome non esiste una soluzione solo militare" a questa crisi, "abbiamo bisogno di trovarne una complessiva, che implichi lo sviluppo economico e sociale della popolazione" con "un aumento dell'impegno della società civile". Un impegno che però rischia di essere difficile se l'azione delle forze straniere e afghane contro i talebani continuerà a produrre molte vittime civili. Come i quattro membri di una famiglia (tre di essi giovanissimi) morti oggi nel corso di una operazione militare nella provincia di Kandahar, persone che però per l'Isaf erano solo aspiranti terroristi. Sul piano della sicurezza generale, comunque, è un fatto che i talebani, per non parlare di altre forze antigovernative dedite a traffici di ogni genere, sono ancora un po' dappertutto nel paese, come ha dimostrato l'attacco di razzi contro l'area dell'aeroporto e delle ambasciate da una base molto vicina alla città. Dopo aver assicurato che tutte le forze militari straniere presenti in Afghanistan "saranno dispiegate per tutelare il buon esito delle elezioni, Rasmussen ha risposto in modo possibilista ad una domanda di un giornalista, che gli chiedeva se era d'accordo ad un dialogo con i talebani. Tale dialogo si può aprire, ha spiegato, ma a tre condizioni: "che lo guidi il governo afghano, che il governo lo tenga da una posizione di forza" e che "i talebani in questione depongano le armi". ATS
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