
Tre percorsi diversi per un'unica via, quella che passa dallo Studio Ovale della Casa Bianca e porta tra israeliani e palestinesi a una soluzione a due Stati: se mai si arriverà alla pace, gli Stati Uniti sono convinti che questa sia l'unica strategia oggi possibile. Per questo il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha dato il via ad una serie di incontri diretti aventi, tutti, un solo obiettivo. Pace in Palestina, in Israele, e in tutto il Medio Oriente. La strategia si fonda su incontri separati, tutti alla Casa Bianca. Ieri con il presidente israeliano, Shimon Peres: un colloquio che si è concluso con un richiamo all'idea che la pace, per essere tale, deve essere "complessiva" e "condivisa" da tutti i paesi della regione, non può non avere al centro la "sicurezza" di Israele e quindi non può prescindere da quanto intende fare l'Iran. Poi nelle settimane a venire, verranno gli incontri con il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, e con i presidenti dell'Autorità Palestinese, Abu Mazen (Mahmud Abbas), e d'Egitto, Hosni Mubarak. L'amministrazione Obama punta in primo luogo a raggiungere questo risultato: convincere Israele ad accettare una soluzione a due Stati. Lo ha detto a chiare lettere il vicepresidente americano, Joe Biden. Prima di incontrarsi con Peres, Biden ha parlato all'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più importante lobby pro-Israele negli Stati Uniti. E ha detto: "So che queste parole possono non risultare gradite ad alcuni di voi, ma Israele deve lavorare a una soluzione a due Stati. E (deve) non costruire ulteriori insediamenti, smantellare gli avamposti esistenti e permettere ai palestinesi libertà di movimento". Nello stesso tempo nei confronti di Hamas la Casa Bianca mantiene una posizione intransigente, e ha ricordato che una pre-condizione è necessaria: "Hamas deve sempre riconoscere Israele". Ma secondo la Casa Bianca, è questa via a tre gambe l'unica strategia praticabile, quella che - lavorando in termini diplomatici di lungo periodo - può davvero portare a un'ipotesi di pace. Di questo Obama ha evidentemente parlato la settimana scorsa con re Abdullah di Giordania, il primo dei suoi interlocutori per quanto riguarda la costruzione di un percorso di pace nella regione. Non a caso fu proprio a lui che Obama riservò il 21 gennaio scorso la prima telefonata fatta dallo Studio Ovale. Subito seguita da una telefonata ai presidenti dell'Autorità Palestinese, di Israele e d'Egitto. Nei fatti, quello è stato il primo atto politico dell'appena insediato presidente Obama. A giudicare dalle reazioni internazionali, la parola "pace" se pronunciata da lui pare avere più capacità di penetrazione rispetto alla precedente amministrazione. Lo stesso premier Netanyahu l'ha richiamata più volte nell'intervento all'AIPAC fatto a Washington in collegamento da Gerusalemme: Israele - aveva detto il premier - "vuole la pace" ed è pronto per questo a intraprendere "senza indugio e senza pre-condizioni" un approccio basato "su una triplice via": della politica, dell'economia e una via della sicurezza. E Shimon Peres intervenendo a Washington prima degli incontri ufficiali con l'amministrazione Usa aveva detto: "Io sono un grande ammiratore del presidente Obama". E - aveva aggiunto - "sono un forte sostenitore della soluzione a due Stati". ATS
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